L’ironia e il sarcasmo

4 feb

State tranquilli ché non scriverò più articoli!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vi siete spaventati, eh?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dite la verità: avete nutrito qualche perplessità, vero?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E allora perché usate questa retorica coi vostri figli? Il dubbio è venuto a voi, figurarsi ai bambini, che, sono stufo di dirlo, hanno una mente sorprendentemente logica.

Statene certi: il 100% dei fanciulli che sentissero pronunciare la frase qui sopra, la interpreterebbero come: “Bruno non scriverà più articoli.”

Stampatevelo bene in mente (non con la laser perché vi cuoce i neuroni):

I bambini non capiscono l’ironia.

I bambini non capiscono l’ironia.

I bambini non capiscono l’ironia.

I bambini non capiscono l’ironia.

I bambini non capiscono l’ironia.

I bambini non capiscono l’ironia.

I bambini non capiscono l’ironia.

I bambini non capiscono l’ironia.

I bambini non capiscono l’ironia.

I bambini non capiscono l’ironia.

O meglio, quelli più piccoli (3-4 anni) non la capiscono proprio; fra quelli più grandi, alcuni l’apprezzano, molti altri no. E non perché siano più cretini. L’ironia comincia a far parte del nostro patrimonio dialettico nella prima adolescenza (a titolo indicativo, quando si comincia a scherzare sulla lunghezza del pene altrui); questo perché essa presuppone una convergenza di competenze non banali (interpretazione del contesto, elaborazione della frase, espressione vocale/facciale), cui il bambino comincia a esercitarsi quando è mosso dai primi stimoli a partecipare alla società adulta, al gruppo.

Il problema è che l’ironia ha un pessimo difetto: dice una cosa per significare l’esatto opposto; le figure retoriche non sono comprese correttamente da molti adulti vaccinati, figurarsi da un imberbe. Quindi NO all’ironia quando si tratta di contesti educativi importanti, per esempio nei seguenti casi:

  • rispetto delle regole;
  • richieste specifiche;
  • avvertimenti;
  • punizioni.

Dopo i 7-8 anni si potrà invece adoperarla liberamente in tutte le altre situazioni in cui l’immediata comprensione e la chiarezza non sono importanti, anche perché altrimenti il nostro pargolo non imparerà mai a farne uso in modo appropriato.

Esempio di dialogo surreale basato sulla scarsa conoscenza delle tecniche educative:

[Il bambino ha prodotto un casino infernale nella sua stanza.]

La mamma arriva e sbotta: «Mi raccomando, non riordinare mica, eh?»

[Il bambino segue le istruzioni alla lettera e non riordina.]

Mezz’ora dopo la mamma torna e se ne esce con un: «Ti avevo detto di mettere in ordine!» piuttosto aggressivo.

Lui, un po’ sorpreso: «Ma mamma, no, mi avevi detto di non farlo!»

La mamma: «Ah, mi prendi pure in giro?!» – E giù botte

Stendiamo un velo pietoso.

Va da sé che allo stesso modo dev’essere trattato il sarcasmo. Anzi, questo andrebbe evitato in ogni caso perché il nostro bimbo vivrà già svariate occasioni sociali in cui potrà apprendere la tecnica dell’altrui denigrazione.

Quindi evitiamo frasi del tipo: “Ma che genio, mettere il viagra nella minestra del nonno! [Adesso chi lo dice al coroner?!]” Anche perché ogni buon bambino che si rispetti vanta un notevole amor proprio e potremmo in breve tempo trasformare l’anziano vicinato in una banda di vecchi pervertiti…

Ironia e sarcasmo s’inquadrano perfettamente nell’inganno perché, con le nostre parole, induciamo (si spera involontariamente) il bambino a credere qualcosa che non vorremmo che credesse.

Vi ricordate il tizio che a Mergellina ci vendeva la scatola con dentro il mattone al posto della telecamera? Ecco, bravi, ora mi raccomando: continuate pure a usare l’ironia coi vostri bambini!…

Violenza psicologica: la punizione cronica

28 gen

Ho incontrato genitori convinti che educare significhi correggere; inutile dire che essi usano con spaventosa costanza la punizione come «metodo» educativo. Spesso si tratta di poveri frustrati che trascorrono la loro esperienza di papà e mamma sbianchettando sui figli i propri micidiali errori.

PunizioneOra, la punizione può a volte costituire un espediente necessario, specie coi bambini più piccoli, che basano la propria interazione col mondo principalmente sulle emozioni. Per quelli più grandi, suggerisco di usare sempre e solo il premio quando fanno di più e meglio di quello che da loro ci si aspetta (in termini professionali, direi che riconoscere la qualità è un ottimo stimolo al miglioramento) e poi con loro, essendo più “logici”, è più facile spiegare verbalmente perché hanno sbagliato e a quali conseguenze l’errore avrebbe potuto condurre.

Come ho già scritto (per esempio qui e qui), la punizione deve:

  1. essere ferma: una volta decisa, non cedere per nessun motivo;

  2. essere giusta, cioè logicamente collegabile a un’azione specifica che il bimbo ha compiuto, quindi spiegabile e facilmente comprensibile;

  3. avere per oggetto un bene o un’attività non di stretta necessità (emotiva, psichica, pratica) al bambino. Così è certamente deleterio colpire il piccolo negli affetti («Ti sei messo le dita nel naso, ora non vedrai la tua amica del cuore!») o nelle attività salutari («Hai freddato il nonno, non uscirai a giocare a pallavolo con gli amici!»). Meglio sequestrargli il telefonino, il videogioco o impedirgli la visione del suo cartone preferito, specie se è un manga erotico giapponese!

Però la punizione dev’essere l’eccezione, mai la regola. A titolo orientativo, se castigo mio figlio ogni giorno, ho un problema. No, non “ha”. “Ho”. Il problema è mio di genitore perché:

  1. se mio figlio si comporta tanto male da meritare oggettivamente una punizione quotidiana (es. rompe un Rolex ogni giorno o tende a usare il mitra con ostentata perseveranza), allora devo rivedere il mio stile educativo; evidentemente non sono credibile (rileggerò quindi l’indice de «la Catena di Elettra» per scovare il mio errore di genitore malaccorto);

  2. se sento la necessità di punire mio figlio per errori oggettivamente minori (è caduto un maccherone sul tappeto, si gratta il pisello, ha bruciato la formichina con lo zampirone), il problema probabilmente sono io, genitore con probabili tendenze ossessive e paranoidi. Guardate che tutti, più o meno, siamo inquadrabili in uno o più disturbi della personalità, pur senza che ciò costituisca una reale patologia; io per esempio sono parecchio ossessivo-compulsivo, come lo era mio padre, e ho un fratello decisamente narcisista/istrionico. È che le “caratteristiche” della nostra personalità diventano patologie quando si finisce per rovinare la vita a noi stessi e/o a chi ci sta vicino. Se si hanno dubbi, consiglio di rivolgersi a un esperto del settore: io non lo sono.

Un bambino in età prescolare (3-4 anni) potrebbe, diciamo, “invogliarci” a punirlo un paio di volte al mese, ma se nostro figlio di 8-9 anni ci obbliga a farlo più di 2-3 volte all’anno, significa che dobbiamo rivedere il nostro stile educativo. Se si applica il principio del premio fin da quando nostro figlio è in grado di comunicare emotivamente, le punizioni saranno ridotte al minimo necessario già dai 3-4 anni. Provare per credere!

Le conseguenze della punizione cronica sono gravi; di seguito ne elenco alcune.

  1. Il bambino non è più in grado di distinguere quando sbaglia da quando fa le cose per bene e quindi confonderà bene e male con estrema facilità; sarà perciò ormai inutile punirlo quando si recherà dagli amichetti nel parco giochi, al volante del TIR sottratto allo zio disattento (sono cose che succedono).

  2. Egli comincerà a raccontarci balle per evitare la punizione; questo potrebbe persino costituire un vantaggio per il suo futuro, vista la carenza di bravi esperti di marketing, ma in politica è un profilo di cui si è già sufficientemente abusato e quindi suggerirei d’evitare…

  3. Il bambino timido/riflessivo si chiuderà in se stesso sentendosi inadeguato, frustrato, infelice (“Perché sbaglio sempre?”) Quello impulsivo/vivace non prenderà ben presto più sul serio le punizioni (il genitore perderà ruolo) e finirà per vivere come un orfano senza controllo, con tutte le conseguenze gravi del caso (bullismo, aggressività verbale e fisica eccetera).

Cerchiamo quindi di valutare il nostro stile educativo. Se le punizioni superano i parametri del tutto indicativi che ho riportato qui sopra, meglio rivolgersi a 2-3 amici fidati, possibilmente anche a quelli senza figli (gli altri potrebbero essere troppo coinvolti emotivamente), e chiedere loro se, secondo il loro parere, siamo troppo “punitivi” nei confronti dei nostri figli. Analizziamoci con l’aiuto degli altri e, se dovessimo ravvisare un problema, ricorriamo a un esperto (di famiglia, coach per i figli, psicoterapeuta eccetera): la serenità e l’equilibrio dei nostri figli è in fondo il nostro primario obiettivo, no?

L’incoerenza fra la parola e l’esempio

21 gen

«Tu non fumare mai!»

disse il papà al figlio, reggendo lo sterco fumante che alcuni di voi si ostinano a chiamare “sigaretta”.

A proposito, lo sapete che un fumatore si espone a una radioattività 1.300 volte superiore a quella che assumerebbe se vivesse a Chernobyl? E poi molti fumatori puzzano, oh se puzzano! Gli puzza l’alito, gli puzzano i vestiti, impestano i vestiti degli altri… Quando torno dai miei viaggi in Romania, anche se ci sto due giorni, devo lavarmi anche i maglioni e le giacche perché è rimasto l’unico Paese in UE in cui si può fumare nei locali, e puzzo da vergognarmi ad avvicinarmi alla gente civile. Ma a voi davvero piace puzzare?

A quel punto, il figlio lo guarda un po’ confuso e sciabola la mazzata che il babbo attendeva con tanta apprensione: «Ma allora tu perché fumi?» SBONK! – TADAAA!

Assisto a scene patetiche come queste fin da quando ero bambino; mio padre, gran fumatore (e morto di cancro ai polmoni, perché lo sapete, vero, che il fumo è causa primaria di cancro e non solo ai polmoni?) non ha mai osato contraddirsi, perciò semplicemente non affrontava l’argomento con me. Va be’, ho perso il padre per quella merda delle sigarette, ma almeno egli non è stato così ipocrita dal consigliarmi di non apparecchiare un’assenza prematura per cena a mio figlio.

Già, in certi casi è meglio tacere. E se proprio non si riesce a smettere, almeno si eviti di fumare in casa (per non impestare tutto di quel puzzo orribile) e specialmente in presenza dei propri figli; ciò in primis perché costituisce un pessimo esempio educativo e poi perché sapete benissimo che anche il fumo altrui causa il cancro e un sacco d’altri disturbi anche nei bambini, vero? Alla domanda masiniana «Perché lo fai?» meglio rispondere: «Perché è un brutto vizio, una brutta malattia (mentale) che ho preso da ragazzo e da cui ora non riesco a guarire. Tu che sei ancora in tempo, non cominciare mai perché poi è facile che tu non riesca più a smettere, proprio com’è successo a me.» E poi è opportuno ricordare al figlio l’enorme quantità di malattie cui va incontro chi fuma e chi subisce il fumo altrui. Il figlio prenderà il padre per pirla, ma essere pirla è sostanzialmente più umano che mentire spudoratamente di fronte all’evidenza.

Già, perché se diciamo a nostro figlio di fare qualcosa in cui, nei fatti, ci contraddiciamo magari proprio davanti a lui e in quel preciso momento, non crediamo mica di passarla liscia, eh? Come ho scritto varie volte, i bambini sono contemporaneamente molto emotivi e molto logici; quest’ultima caratteristica di certo non ci aiuta in contesti d’arrampicata vetraria.

Oltretutto va da sé che, dissociando parole ed esempio, stiamo educando nostro figlio a fare la stessa cosa e quindi rischiamo che ne esca un individuo che utilizzerà lo strumento della menzogna non in modo umano, bensì sistematicamente. Un imbroglione, insomma, un cialtrone che dice una cosa e ne fa un’altra, che non mantiene mai la parola data. È davvero questo che vogliamo per nostro figlio?

Quindi, d’ora in poi, attenti alle parole che usiamo: rispecchiano esse l’esempio che noi quotidianamente esponiamo nei fatti? Sì, bene. No, meglio tacere. Oppure, se proprio siamo di fronte a debolezze umane, cerchiamo almeno di spiegarle: «Mamma ha sbagliato nel fare questa cosa e promette che farà più attenzione a non commettere lo stesso errore nel futuro. Proprio perché è importante che tu non sbagli come ho fatto io, ti chiedo di fare questa cosa (invece di quella che io faccio, sbagliando) – Usiamo sempre un linguaggio positivo! Diciamo: «Fai quest’altro!» invece di: «Non fare questo!»

L’esempio qui sopra si può applicare quando cerchiamo d’insegnare a nostro figlio le buone maniere, considerando che a noi ogni tanto scappano… Inutile però pretendere che nostro figlio si abitui a ringraziare autonomamente, se noi per primi non lo facciamo. Facciamolo noi per primi, cazzo: costa poco riconoscere il merito altrui e l’altro si sente gratificato! E poi non insegniamo ai nostri figli a dire «cazzo», eh per la miseria!

Come sempre, il buon esempio rimane il più potente strumento educativo. Ehm…

Bruno de Giusti in una delle immagini che meglio esprimono coerenza col suo equilibrio emotivo.

Bruno de Giusti in una delle immagini che meglio esprimono coerenza col suo equilibrio emotivo.

Un ultimo punto importante: che cosa pensereste, voi, di una persona che vi sta rimproverando mentre ride? Apparirebbe credibile? Ecco, attenzione anche a questi dettagli: se la situazione è seria, anche la nostra espressione dev’esserlo. Capisco che, specie i bimbi più piccoli, coi loro comportamenti buffi, suscitino ilarità persino quando combinano disastri; tuttavia, se nostro figlio ha causato un danno, meglio spiegare che la mamma non è felice, che avresti potuto farti male e bla bla bla, mantenendo un’espressione coerente con la gravità del fatto, cioè seria (non come il pirla qui sopra!)

Diversamente uguali: i gemelli

14 gen

Non è un caso che per quest’articolo abbia scelto un titolo che si riferisce a un’espressione utilizzata quando abbiamo a che fare con gli handicap. Molto spesso, infatti, i gemelli sono vittime di comportamenti del tutto sbagliati da parte della società e, cosa ancor più grave, dei loro stessi genitori. Così, spesso uno dei gemelli o entrambi soffrono di una specie di «handicap indotto» procurato da chi li circonda, per il solo fatto di assomigliare fra loro in modo sorprendente.

Quante volte osserviamo gemelli vestiti uguali? Quante volte notiamo che i loro genitori offrono all’uno esattamente quello che propongono all’altro? “Cara, che ne dici d’iscrivere Mario e Luigi a karate/Anna e Laura a danza”? La società stessa sembra entusiasmarsi al cospetto di due gemelli vestiti allo stesso modo e che, specie da piccoli, mostrano comportamenti simili. Manco fossero un fenomeno da baraccone (studiare la scienza, studiare)! E sembra del tutto naturale, normale, ovvio, offrire a entrambi le stesse scelte, le stesse proposte, gli stessi regali eccetera.

Purtroppo il comportamento che la società e molti genitori tengono nei confronti dei gemelli mostra che ci basiamo solo sull’esteriorità, che siamo superficiali, che non approfondiamo la conoscenza degli individui con cui entriamo in contatto.

Molte volte sono stato trattato con scetticismo (leggi: superficialità) per il mio lavoro di questo blog; per esempio mi sono sentito dire che la pedagogia “non vale sempre”, che “non esistono regole per tutti” eccetera; emblematico è il discorso dei due gemelli, i cui genitori si erano comportati in modo “giusto” e “allo stesso modo” con entrambi, ma che hanno mostrato, crescendo, comportamenti estremamente diversi: uno aveva avuto grande successo nella vita, mentre l’altro era diventato un disadattato o addirittura un mezzo delinquente. Tralasciamo per il momento il fatto che ciò effettivamente avviene anche tra figli non gemelli: in un prossimo capitolo affronteremo il tema.

Se non ci limitassimo a leggere l’indice di un testo di pedagogia, scopriremmo che essa sottolinea che ogni bambino, ogni individuo, è diverso; in nessun testo di pedagogia è scritto che ciò non vale per i gemelli; così questi sono da considerare due persone distinte, con diversi gusti, interessi, atteggiamenti, malgrado il destino abbia deciso di farli apparire uguali agli occhi del superficiale. C’è da dire che qualche genitore più diligente lo nota fin da subito e assume atteggiamenti, comportamenti, e stili educativi che si adattano alle esigenze ben diverse di ogni gemello. Altri preferiscono sorprendersi di fronte all’apparenza, e la somiglianza diventa quindi un handicap per un figlio o per entrambi.

Cercherò di spiegare con un esempio matematico perché un genitore non deve considerare i due gemelli uguali e pertanto non deve comportarsi allo stesso modo con loro.

Siano x e y due gemelli, ed f il genitore. Come abbiamo imparato dalla pedagogia, x e y sono due persone diverse, anche se si somigliano moltissimo. Pertanto, uno dei due, diciamo x, mostrerà ben presto un comportamento più aperto, accattivante, superficialmente attraente rispetto al fratello y; è del tutto inevitabile che ciò avvenga fra due persone: osservandole attentamente, scopriremo che sempre una è, anche solo di poco, più “simpatica” dell’altra.

Il figlio x attirerà necessariamente l’attenzione del genitore poco attento, più di quanto non faccia il figlio y; probabilmente x diventerà presto in grado di ottenere più facilmente quello che vuole, rispetto a y. Così un bel giorno x, appassionato di calcio, convincerà il genitore f a iscriverlo a una squadra. Il genitore f, persona giusta e che offre a tutti pari opportunità, iscriverà entrambi all’attività sportiva. Il figlio y, che con tutta probabilità si lascerà trascinare da x, parteciperà inizialmente al gioco con entusiasmo, non tanto perché appassionato, quanto perché l’ego di un bambino lo porta a voler dimostrare d’essere bravo come gli altri (“Perché lui sì e io no?”)

Purtroppo però, non tutti sono bravi allo stesso modo nelle stesse cose e quindi in breve termine osserveremo x diventare un campione, mentre y cadrà in frustrazione o perché non sarà portato per il calcio, o perché non vi sarà portato come il fratello. Spero di aver chiarito dove voglio andare a parare: nel lungo termine, x diventerà, agli occhi della società superficiale e persino dei genitori, “bello, figo e intelligente”, mentre l’altro sarà confinato al titolo di fratello sfigato; dove si può arrivare, è stato spiegato molte volte in questo blog: col tempo, e senza i necessari interventi, la situazione divergerà fino a ottenere un individuo di successo e un fallito; eppure il «giusto genitore» aveva offerto pari opportunità ed era stato, a suo insindacabile giudizio, equo con entrambi; salvo considerare che essere equi significa sì fornire pari opportunità, ma rispettando le esigenze di ognuno. Se offro un corso di musica a un piccolo Mozart e a chi non ha il minimo orecchio, non sto offrendo «pari opportunità»; sto semplicemente mettendomi in pace coi miei sensi di colpa. Poi ci si sente giustificati dall’esternare apparenti Verità quali: “Vedi che esiste il libero arbitrio?” “Vedi che ci sono quelli che nascono bravi e quelli che nascono meno bravi?” «Meno bravo» in cosa?! In arrampicarsi sugli alberi se sei un pesce?

In definitiva, col tempo y sarà diventato un riflesso del fratello x, filtrato dall’imbecillità del genitore f. E quindi abbiamo:

y = f (x)

C.V.D.

Se solo il genitore avesse approfondito gli interessi di y, oggi f non si troverebbe ad aver a che fare con un figlio funzione dell’altro. Magari f avrebbe scoperto che y adora la musica e avrebbe più volentieri seguìto un corso di pianoforte…

A questo punto spero di aver sensibilizzato i genitori di gemelli sull’importanza di:

  • Vestire i figli in modo diverso, almeno nei colori; chiedere a ognuno quali sono quelli preferiti, sottolineando la regola secondo cui “ci si veste in modo diverso perché siamo persone diverse”.

  • Approfondire gli interessi di ognuno, facendo attenzione ai capricci: y tenderà infatti ad “andar dietro”, a scopiazzare i gusti del fratello x dominante; è una cosa del tutto naturale. Sarà pertanto necessario non fermarsi alla superficialità, capire i reali interessi di ognuno (chiedere, chiedere, chiedere: comunicare!) e proporre scelte diverse.

  • Tenere in conto le differenti sensibilità: con un gemello si potrà parlare più direttamente che con l’altro; con uno bisognerà essere più delicati; insomma trattiamo i nostri gemelli come se fossero diversi come un bambino di due anni e una ragazzina di tredici, tanto per capirsi.

La TV e i giochi a tavola

9 ott

Quante volte osserviamo nelle case dei nostri conoscenti (non nelle nostre, vero?) la presenza della TV in cucina o addirittura nella cameretta dei bambini? Sui danni che l’abuso della TV produce nello sviluppo psicofisico dei più piccoli si è già scritto tutto; il genitore curioso di nozioni scientifiche è pertanto invitato a ricercare dettagli su siti più appropriati (si veda, ad esempio, qui, qui e qui); per chi fosse interessato a un’estrema sintesi delle regole di buon senso, in generale valgono le seguenti:

  • La televisione si guarda soltanto nei momenti dedicati esclusivamente ed esplicitamente alla TV. Ogni altro utilizzo produce nella mente del bambino sillogismi deleteri che portano a confondere relazioni che per noi sono naturalmente acquisite (vedremo, ad esempio, che ne è della relazione naturale fame-cibo).

  • Il bambino assisterà solo ai programmi adeguati alla sua età. Permettere a un bimbo di guardare trasmissioni inadeguate (contenuti intellettivamente avanzati, violenza, sesso) è come porre un neopatentato al volante di una Ferrari: farà molto male a se stesso e agli altri.

  • Al massimo mezz’ora di TV al giorno, che diventerà un’ora in modo graduale quanto più il bambino si avvicinerà alla fine della scuola primaria. La TV distacca l’individuo dalla realtà; a maggior ragione ciò accade in un bambino, che ancora non possiede gli strumenti adeguati per distinguere la fantasia dal vero. Per questo motivo, nello stesso arco temporale rientreranno tutti quegli strumenti tecnologici che stimolano un’interazione virtuale: smartphone, tablet, playstation ecc. Cioè, se oggi il nostro undicenne ha guardato mezz’ora di TV e ha usato il tablet per 10 minuti, potrà giocare alla playstation al massimo per 20 minuti; le altre 13 ore (= 24 – 1 – 10 di sonno) saranno dedicate ad attività e interazioni reali; per un bambino di sette anni i tempi ovviamente si dimezzano.

  • La supervisione è comunque necessaria. Se il bambino dovesse per caso assistere a programmi non esplicitamente previsti per la sua età (es. telegiornali, format, documentari per adulti) è comunque obbligatoria la presenza di un genitore pronto a rispondere alle domande e a spiegare le situazioni di difficile comprensione; a maggior precisazione (vedi il secondo punto qui sopra), si ricorda che il telegiornale non è un programma adatto ad alcun bambino (indicativamente, mai prima dei 12 anni, visto oltretutto che oggi non esiste più alcuna forma di controllo sulla violenza in TV); quindi se volete guardarvi un notiziario, assicuratevi che vostro figlio sia in un’altra stanza.

Spesso la tecnologia fornisce spunti davvero micidiali al genitore poco accorto: l’abuso tipico è costituito dalla TV, vista come mezzo di distrazione del piccolo; rientrano nella stessa classe smartphone, tablet, playstation ecc. Capita spesso che i nostri bambini siano restii a “svuotare il piatto” o persino a spizzicare qualche boccone. In situazioni simili, la TV (o il tablet o la playstation) si rivela comunemente un metodo sicuro per distogliere l’attenzione del piccolo dal piatto e così il bambino finisce per ingurgitare inebetito qualsiasi cosa si metta (o peggio, gli mettiamo) in bocca.

Ciò tuttavia costituisce un vantaggio esclusivamente per il genitore perché il bene del bambino non è certo quello di “mangiare tutto”; il bambino deve poter godere di un’alimentazione corretta in un ambiente sereno ed equilibrato, che gli permetta di capire che il cibo serve per sfamarsi. Per noi adulti, il sillogismo fame-cibo-mangiare è un’informazione acquisita, ovvia; tuttavia, incredibile dictu, il bimbo non impara da solo ad associare il bisogno del cibo al suo soddisfacimento: dobbiamo insegnarglielo noi, esattamente come qualunque animale farebbe con la propria prole. Nel caso dell’essere umano, nulla funziona meglio dell’esempio; il che sottintende che noi per primi non dobbiamo guardare la TV mentre mangiamo… Insomma, il nostro compito è anche quello di educare il bambino a sfamarsi nei modi e nei tempi adeguati, ciò che significa mangiare quantità di cibo opportune (cioè non il piatto di pasta che sfamerebbe un adulto di 90 Kg), di qualità ragionevole (sono ben poche sul mercato le merendine che rientrano in questa categoria), a orari regolari prestabiliti e senza distrazioni.

Nella cultura mediterranea, inoltre, la tavola ha sempre costituito (per fortuna!) un luogo essenziale di socializzazione; è uno scopo apparentemente secondario, ma persegue un risultato di grande valore: il cibo riunisce la famiglia. Sarebbe oltremodo opportuno, pertanto, allontanare da un ambiente tanto idilliaco ogni strumento che tende al risultato opposto: telefoni, smartphone, tablet, TV, giochi… Già la vita odierna ostacola i momenti di condivisione in cui si riescano a scambiare informazioni, pareri e, cosa ben più importante, emozioni: poiché non costa fatica, sfruttiamo la tavola per creare, mantenere e rinvigorire la squadra-famiglia.

Creare nella mente del bambino una relazione cibo-TV produce facilmente effetti devastanti sulla sua salute.

Se tutto quanto visto non bastasse, è necessario ricordare che, dal punto di vista medico, distrarre il pupo con la TV o i giochi produce un pericoloso effetto collaterale (qualcuno ci sarà arrivato da sé): il bambino non imparerà mai ad associare correttamente fame e cibo. Anzi, egli potrebbe addirittura associare fame e TV, o fame e gioco, col risultato che quando il bimbo guarderà la TV, o si diletterà col Lego, percepirà quel certo languorino che lo porterà a fagocitare qualunque schifezza e che finirà per trasformarlo nell’ennesimo bimbo obeso della cui triste immagine pullulano le strade d’Italia (sì, parliamo della culla della Dieta Mediterranea!)

Sono certo che i lettori più accorti avranno capito perché ho inserito quest’articolo nella categoria dell’inganno. TV o giochi per distrarre il bimbo costituiscono un vero e proprio raggiro ai danni del piccolo; lo scopo del genitore è difatti che il bimbo mangi, ma l’azione compiuta dal genitore è del tutto incoerente con l’obiettivo: Il bambino percepirà il messaggio ingannevole secondo cui, se egli ha fame, riceverà in pasto… una TV! Nel frattempo ingurgiterà qualsiasi cosa senza rendersene conto: cibo, gusto, aromi perderanno nella sua mente qualsiasi significato e utilità.

La violenza fisica

10 apr

“Una sculacciata non ha mai fatto male a nessuno!” — “Un bel ceffone al momento giusto…” — “Ora ringrazio mio padre per quando me le dava di santa ragione!”

Recentemente è di moda il femminicidio; tuttavia, spesso accade che notizie scandalose siano diffuse ad arte dai media, che hanno bisogno di vendere e sanno che gran parte delle persone non leggono oltre il titolo; infatti i dati dimostrano che in realtà le donne ammazzate da uomini non sono per nulla aumentate. Ma vabbe’, siccome il mondo è complesso e l’umanità contraddittoria, gratta gratta scopriamo che molte delle mamme che si scandalizzano davanti a tali notizie, poi non esitano a manifestare la propria più argomentata convinzione sulla presunta validità delle tre affermazioni nell’incipit.

Già,la violenza genera violenza, sempre e comunque.

Un bambino che subisce un atto di violenza fisica (o verbale o psicologica o di qualsiasi altro tipo) tenderà naturalmente a riprodurlo perché, udite udite, il messaggio che mamma e papà trasmettono col manrovescio è sempre il solito ed è estremamente logico e pericoloso: “Siccome sono un genitore debole e non ho argomenti adeguati alla situazione, ricorro alle botte.” Che si può anche leggere come: “Caro bambino mio, se non sai come convincere l’amichetto a ridarti il giocattolo, usa la mazza da baseball.” Succede.

E mi domando se qualcuno di quelli che “Ma che vuoi che sia uno scapaccione ogni tanto!” abbia mai pensato in termini di proporzioni… Vediamo. Mamma Genoveffa è alta cm 170 e pesa 55 Kg; suo figlio Annibale, 5 anni, è alto un metro e pesa 16 Kg. Consideriamo come Annibale vede sua mamma mentre gli dà un ceffone. Anzi, immaginiamo come Genoveffa vedrebbe la stessa scena, mantenendo la proporzione, se suo marito fosse grande come Genoveffa e Genoveffa come Annibale.

Genoveffa, che ha una mano lunga 16 centimetri, vedrebbe un signore alto 2 metri e 90 centimetri (1,7 volte la sua altezza) e del peso di 190 Kg (3,4 volte la sua stazza) sfoderare ‘na mano tanta di 27 centimetri (praticamente un disco a 33 giri) e riversargliela addosso con una forza percepita pari a più di tre volte quella che l’incauta madre violenta pensa di produrre schiaffeggiando il povero Annibale. Io sono alto 188 cm e peso 88 Kg. Se me la prendessi con Annibale sarebbe come se un mazinga di tremetriemmezzo per cinquequintali mi spatasciasse una Treccani in faccia o sul culetto (che poi, nel mio specifico caso, è la stessa cosa). Spiacevole, no?

Avete idea di che trauma possa produrre una scena di tale maestosa grandiosità vissuta in un particolare momento di debolezza psichica di un bambino? Perché non è che il nostro bimbo è sempre bello, allegro, sereno e pronto ad affrontare un Merkava’ che lo trita. Se il ceffone capita nel momento sbagliato, lo segnerà per tutta la vita e poi hai voglia di sostegno psicologico e regime carcerario duro…

Praticamente, cara Genoveffa, sì: se picchi tuo figlio, sei una criminale e se un giorno un uomo cresciuto da uno come te ti ammazzerà di botte, per favore, almeno non lamentarti, perché sono i genitori come te a produrre i femminicidi. Ergo, oggi abbiamo imparato che cercare di sessualizzare il responsabile logico di un crimine è un’operazione quantomeno discutibile.

Naturalmente poi non tutti i bambini reagiscono allo stesso modo al battipanni.

  • C’è chi «impara la lezione» e da grande metterà le mani addosso o comunque aggredirà chiunque lo contraddica.
  • C’è chi capisce subito che il genitore è debole, e diventerà presto padrone della situazione, sfidandolo e infischiandosene di regole e autorità; da adulto riprodurrà nella nostra già difficile società comportamenti simili e facilmente criminogeni.
  • C’è chi si sottomette e obbedisce. E così farà in una vita che lo condannerà a frustrazioni indicibili perché non appena egli si troverà di fronte a un prepotente o a una difficoltà, rinuncerà ad affrontarli: in lui domina il ricordo inconscio di quelle bastonate che facevano tanto male… Fra questi sfigati, poi, si selezionerà un gruppetto che finirà inevitabilmente sulle cronache per aver ammazzato quattordici persone in un Paese notoriamente aggressivo, ventuno ragazzini davanti a una discoteca [1] o sessantanove avversari politici in un’isola di benessere. I giornalisti si precipiteranno a raccontarvi che è stato un «raptus», mica un «genitore criminale».

Non dimentichiamo poi che la violenza fisica non si manifesta solo con le botte: anche l’uso di maniere spicce coi nostri bimbi produce risultati compatibili. Perciò se il piccolo si rifiuta di salire in auto dopo aver cercato di motivarlo con le buone, non lo prenderemo in malo modo schiaffandolo sul sedile, bensì lo tratteremo come faremmo con qualunque oggetto delicato che dovessimo mettere in auto, ricordandoci però che stiamo comunque avendo a che fare con una persona: insomma, decisi sì — “Niente storie, non si può fare altrimenti!” — ma anche amorevoli.

Come dite? Ah, quello che “Ora ringrazio mio padre per quando me le dava di santa ragione!” Servono forse spiegazioni? Come agirà quel genitore di fronte al bimbo che fa i capricci, al solo scopo di onorare la memoria di un cadavere che nella vita ha iniziato o perpetuato una catena di violenza? E spezziamola, una buona volta…

Oh, che c’è ancora?!? Ah, io sarei verbalmente violento?!? Ma dove?!? Be’ prendetevela con mio padre, e in parte anche con mia madre. In questo caso la catena l’ho spezzata solo selettivamente: coi bimbi, non c’è ombra di dubbio. Con voi… prima devo suonarvi la sveglia (visto che una fredda argomentazione razionale funzionerebbe solo coi moderati, che difficilmente mettono le mani addosso ai bambini), poi ne riparliamo, eh?

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[1] Capito come funziona il terrorismo islamista in Paesi o «culture» dove i bambini crescono nella frustrazione di dover tacere di fronte a padri che il fanatismo religioso rende indiscussi padroni?

L’incoerenza fra i genitori

27 nov

Nel novero degli atteggiamenti educativi più pericolosi troviamo ovviamente l’incoerenza fra i genitori. Un classico esempio: il genitore A nega al bambino una certa azione, mentre il genitore B gliela permette. Insomma Paolo va dal papà a chiedergli il permesso di uscire, il papà gli dice di no; allora Paolo si reca dalla mamma e questa cede alla richiesta.

L’incoerenza fra i genitori si manifesta il più delle volte in situazioni semplici come la NO-SÌ appena descritta; in alcuni casi, tuttavia, essa appare in forme via via più complesse fino ad assumere caratteristiche patologiche. Ciò avviene, ad esempio, quando i genitori non sono più in accordo e, in previsione di separarsi, pongono in opera una vera e propria guerra psicologica nei confronti del figlio; i partner fanno a gara nel concedere ciò che l’altro genitore ha proibito, al solo scopo di guadagnarsi (nelle loro menti malate) l’amore del bambino e magari la speranza che questi pretenda in futuro di restare col genitore più concessivo. Il risultato, inutile dirlo, è il disastro totale. Le famiglie in cui questi atteggiamenti si manifestano con continuità dovrebbero essere poste sotto osservazione perché il comportamento morboso è proprio dietro l’angolo.

Elencare i danni che l’incoerenza genitoriale produce non è agevole perché molteplici sono i messaggi trasmessi al bambino. Vediamo almeno i principali.

«Tu non puoi fidarti dei tuoi genitori!» Se un genitore nega ciò che l’altro concede, il bambino finirà per non fidarsi più di nessuno dei due e a provare incertezza e sconforto; ciò perché se anche egli ottiene un sì da un genitore, sa che resterà sempre la possibilità che l’altro dica di no. Può persino accadere che il bambino assuma il controllo della situazione esprimendo la sua richiesta in presenza di entrambi i genitori proprio per metterli di fronte alle loro contraddizioni («Vedi come sei, mamma?») Ovviamente, a quel punto essi avranno perso la fiducia del bambino nonché il loro stesso ruolo.

«Noi non ti garantiamo la stabilità di cui hai tanto bisogno!» Come ho già scritto nell’articolo sulle regole, il bambino è sereno se vive in un ambiente familiare prevedibile e stabile [1]; l’incoerenza non creerà mai questa condizione.

«L’altro genitore non vale nulla!» Forse il messaggio più nefasto. Se la mamma nega il gelato al figlio e subito dopo il padre glielo concede, il papà sta dicendo al bambino che il parere della mamma non conta nulla: il bimbo finirà così per non rispettarla; le regole e la disciplina da lei richieste finiranno del tutto disattese e il pargolo si comporterà come se la mamma non contasse nulla. Naturalmente se i genitori fanno a gara per screditarsi l’un l’altro, il risultato sarà catastrofico: il bambino diverrà irrequieto (perché privo di riferimenti emotivi stabili) e incontrollabile (perché non crederà più a nulla di ciò che i genitori dicono).

«Tu hai sempre una via di uscita per ottenere quello che vuoi!» Non importa quale regola papà o mamma vorranno imporre: il bambino troverà sempre il modo per eluderla semplicemente rivolgendosi all’altro.

Per evitare simili situazioni è innanzi tutto indispensabile che i genitori si guardino negli occhi e decidano se continuare la loro storia d’amore, oppure se non sia giunto il momento di por fine con una separazione alla sofferenza loro e dei loro figli. Se i partner decidono di continuare l’avventura della squadra-famiglia unita [2], allora devono sedersi a quattr’occhi e insieme concordare un progetto educativo, che dovrà essere rispettato da entrambi (e dai membri esterni alla famiglia in senso stretto, come i nonni, gli zii, gli amici più cari) sempre e comunque, senza eccezione alcuna.

Inutile aggiungere che, per quanto detto, ogni azione, comportamento e atteggiamento dovrà sempre esprimere, agli occhi del bambino, l’unità d’intenti dei genitori. Se in un caso specifico, uno dei due non si trovasse d’accordo con l’altro, dovrà sforzarsi di manifestare coerenza e, successivamente, parlarne col partner, ben lontano dalle orecchie e dagli occhi del figlio.

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[1] Ciò non significa che i nostri figli non debbano sperimentare l’imprevedibilità: le incertezze esistono e il bambino deve viverle; è opportuno però che tali situazioni non si presentino nel rapporto coi genitori, bensì in contesti adeguati condizione del piccolo (ad esempio durante il gioco).

[2] L’avventura della squadra-famiglia può (e deve) continuare anche se i genitori decidono di separarsi. Chiaramente dovranno essere prese in considerazione anche le esigenze dei partner che dovessero eventualmente subentrare, ma il bambino dovrà sempre godere dei suoi riferimenti primari e della stabilità emotiva che questi concedono. Focalizzandosi sul bene del bambino, sarà pertanto d’obbligo mantenere rispetto fra tutti i membri della famiglia allargata e concordare formalmente (cioè seduti a uno stesso tavolo) un progetto educativo che tenga conto delle esigenze di tutti.

I nonni (et al.): risorsa o problema?

27 giu

Ricevo email e messaggi privati in Twitter e Facebook; in essi mi si chiedono opinioni e consigli. Io vi ringrazio di cuore dell’interesse e soprattutto della fiducia, ma ritengo che sarebbe utile che pubblicaste i vostri dubbi fra i commenti degli articoli nel blog perché così tutti ne beneficerebbero; oltretutto avreste molta più probabilità di ottenere una risposta ragionata e critica, frutto della vostra personale elaborazione di molteplici informazioni: la mia singola opinione non è certamente scevra di errori…

Un tema ricorrente nei vostri messaggi è la funzione dei nonni (ma anche zii, parenti, amici stretti di famiglia) nell’educazione dei piccoli. Vediamo insieme quale può essere una mia risposta breve e schematica, in base a ciò che abbiamo elaborato in queste pagine.

«Gammel mann holder liten gutt i hånden» (Gustav Vigeland) nel Vigelandsparken a Oslo

«Gammel mann holder liten gutt i hånden» (Gustav Vigeland) nel Vigelandsparken a Oslo

I nonni sono una risorsa preziosa, senza ombra di dubbio. Abbiamo pochi mezzi a disposizione: pochi soldi e poco tempo (a volte, purtroppo, anche poca propensione alle manifestazioni affettive); così i nonni sono diventati i baby-sitter per eccellenza. Affidabili, precisi, persone che indubbiamente hanno già allevato almeno una generazione di pargoli. Ma è tutto oro quel che luccica? Tornando all’introduzione de «la Catena di #Elettra», il primo dubbio che mi viene in mente è sulla questione se i nonni abbiano commesso errori reiterati nell’educare voi stessi genitori e soprattutto se essi abbiano elaborato correttamente i “risultati”. Se erano nonni del tipo «un’urlata ogni tanto fa solo bene», forse prima di affidar loro i nostri pargoli è opportuno verificare se i nostri genitori o suoceri abbiano capito che conseguenze porti la violenza verbale e se si siano convinti ad abbandonare tale “metodo”.

Per molti di noi la presenza dei nonni ha costituito l'unica esperienza di «famiglia allargata».

Per molti di noi la presenza dei nonni ha costituito l’unica esperienza di «famiglia allargata».

Qual è il succo del discorso? Se avete un vostro progetto educativo in famiglia [1], è opportuno che ne rendiate partecipi i nonni e che questi lo condividano (leggi: lo accettino e s’impegnino ad applicarlo) in toto. Parlandone con loro potreste ottenere preziosi consigli cui non avevate pensato: potete confrontarli con ciò che è scritto in queste pagine; potete decidere se accettarli o meno, se integrarli o meno nel vostro progetto. Alla fine, però, esso dev’essere consolidato e condiviso da tutti.

Se i nonni pensano che i NO possano diventare sì, forse è opportuno che ne discutiate con loro e strappiate la promessa (la cui messa in pratica verificherete poi sul campo) che nessun NO diventerà MAI sì. Se non lo fate, nella mente dei vostri piccoli tale situazione creerà grande confusione nonché la consapevolezza che le regole si aggirano facilmente, a patto di cambiare interlocutore. Fra l’altro, ciò è esattamente quello che avviene quando i due genitori stessi non sono d’accordo fra di loro sul progetto educativo: la mamma dice no -> il bimbo va dal papà che dice sì -> la regola è aggirata.

La mia compagna delle elementari Caterina, cresciuta a Milano, non sembra gradire troppo l'esperienza bucolica; in realtà nonni con uno stile di vita completamente diverso dal nostro può costituire una preziosa opportunità educativa per i nostri bambini.

La mia compagna delle elementari Caterina, cresciuta a Milano, non sembra gradire troppo l’esperienza bucolica che nonno Pietrino le somministra; in realtà parenti e amici con uno stile di vita completamente diverso dal nostro possono costituire una preziosa opportunità educativa per i nostri bambini.

Stile di vita e carattere dei nonni non costituiscono certamente un problema; anzi, educano il bambino alla cultura della diversità e della tolleranza; tuttavia non transigete, non spostatevi di una virgola sul progetto educativo, che è il frutto più prezioso della vostra squadra-famiglia. Se i nonni proprio non riescono o (più spesso) non vogliono accettare le regole che avete concordato, allora, consiglio mio, tenete i vostri figli a debita distanza. Lasciate certamente che i vostri bambini frequentino i nonni, ma fate sì che ciò avvenga sempre in vostra presenza. Non lascerei qualche settimana mio figlio a mia madre se sapessi che, al ritorno, dovrei compiere un’opera di “rieducazione” a quelli che sono i valori e le regole che la mia famiglia (mia moglie, i miei figli e io) condivide.

Se i nonni adottano un progetto educativo diverso dal vostro, essendo essi stessi riferimenti potenzialmente forti, [2] rischierete di ritrovarvi figli confusi, ambigui e (ormai lo sapete che il bambino confuso perde serenità) infelici: ogni passaggio da voi ai nonni o viceversa diventerebbe un trauma per i vostri figli, per voi e pure per i nonni; meglio quindi evitare il triplice fastidio.

PS: Superfluo aggiungere che quanto detto per i nonni vale per gli zii, i parenti e gli eventuali amici stretti di famiglia; insomma chiunque possa costituire riferimento forte per i nostri bambini.

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[1] Failing to plan is planning to fail. Come per ogni compito di ampio respiro, l’educazione dei vostri bambini deve costituire un progetto, proprio di quelli pianificati a tavolino. Riunitevi col vostro partner, concordate le regole che hanno valore per voi e applicatele con coerenza, così come avevo raccomandato qui. Nelle pagine de «la Catena di #Elettra» troverete molti spunti di riflessione per la costruzione del vostro specifico progetto educativo.

[2] Con tutta probabilità, per questioni anagrafiche i nonni sono ben più consapevoli di voi del concetto di ruolo.

Il disconoscimento

25 giu

Questo articolo costituiva un corpo unico insieme con quello sul rispetto; li ho separati per una maggior facilità di lettura.

Siamo finalmente all’articolo che introduce l’ultimo argomento de «la Catena di #Elettra», così come da pianificazione iniziale del lavoro. Perché proprio in coda? Perché qui tratterò questioni varie e piuttosto complesse, «metodi» posti in atto da molti genitori in modo sottile e inconsapevole: molte azioni “disconoscitive” discendono infatti da malsane tradizioni, usi, da un’obsoleta e deleteria cultura del sopruso scambiata per autorevolezza; parole e gesti cui siamo abituati e di cui non ci percepiamo l’effetto distruttivo. Si pensi ad esempio all’«Io sono tuo padre e quindi tu mi rispetti!” Un’affermazione che addirittura si configura come “Sorpresa di #Elettra”: l’essere padre, di per sé (cioè messa da parte ogni questione etica o religiosa), non comporta una sterile pretesa di rispetto; l’essere buon padre, invece, implica una doverosa rivendicazione di reciprocità. Ritengo che sia stato necessario percorrere i primi quattro argomenti del blog per affrontare in modo più agevole una materia certamente meno immediata.

Che cosa intendo per disconoscimento [1] del bambino? Direi il contrario del riconoscimento come individuo indipendente; è l’incapacità di considerarlo diverso da me, con le sue idee, il suo carattere, le sue emozioni, le sue inclinazioni, i suoi spazi, i suoi tempi… Se dico a mio figlio: “Sei triste? Eh lo so, ti capisco perché a volte capita anche a me. Posso chiederti qual è il motivo?” riconosco una sua situazione emotiva, rendendomene partecipe; se invece uso un più sbrigativo: “Sei triste? Passerà!” compio un’azione di disconoscimento nei confronti delle emozioni di mio figlio, il quale penserà che nessuno lo capisce oppure che lui vale poco come persona perché i suoi genitori gli dedichino la giusta attenzione.

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Conseguenze del disconoscimento

Ovviamente, essendo una forma subdola di violenza psicologica, il disconoscimento è pericoloso (difficile individuarlo nelle nostre azioni, specie se siamo abitudinari) e potenzialmente distruttivo: l’individuo che lo subisce si autoconvincerà di valere poco, di essere inutile, incapace di raggiungere qualsiasi obiettivo; oppure penserà di dover “fare di più” per meritare l’attenzione dei genitori… Insomma, a seconda del carattere diventerà nevrotico, irrequieto, depresso, debole, narcisista, istrionico, aggressivo… Certamente non sarà un adulto sereno ed equilibrato.

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Una storia di disconoscimento

Ma torniamo per un attimo a uno degli articoli introduttivi de «la Catena di #Elettra». Paolo aveva subìto disconoscimento da parte di sua madre durante tutta l’infanzia e l’adolescenza. Sebbene egli fosse in grado d’imparare in breve tempo a svolgere bene qualsiasi compito, la mania materna di voler controllare tutto e tutti l’aveva represso: “Tu questo non lo fai perché me ne occupo io!” – “Tu stai zitto perché sei il più piccolo in casa!” – “Lascia quella bottiglia in frigo: vengo io a prenderla perché tu la rompi!” – “Guai a te se tocchi i miei libri!” e via dicendo. Purtroppo Paolo è diventato un adulto insicuro, nevrotico, isterico, eterno numero due, incapace di assumersi responsabilità in modo stabile, abile nel cominciare cento compiti ma non finirne uno…

Cari amici, vi rivolgo un ennesimo invito: se vi ritrovate in alcune delle condizioni caratteriali del povero Paolo, o se cercate spesso l’attenzione e la stima degli altri, per il bene dei vostri figli approfondite la faccenda e analizzate il comportamento dei vostri genitori: è probabile che abbiano a loro insaputa (lo spero!) applicato disconoscimento e che voi stiate inconsapevolmente «riciclando» lo stile coi vostri bambini; vedremo insieme quali sono le “tecniche disconoscitive” più diffuse in questo e nei prossimi articoli.

Molte sono le manifestazioni pratiche del disconoscimento; la prima che mi viene in mente si esprime nello scarso rispetto del bambino inteso come individuo indipendente da noi, ma ne esistono altre: l’incapacità di considerare i figli come individui diversi fra loro; l’eccesso di protezione; il manifesto disinteresse; voler mantenerli bimbi piccoli; svolgere per loro compiti che sarebbero benissimo in grado di gestir da sé; stabilire fra di loro criteri di priorità in base all’età, al sesso, alle capacità; metterli in competizione fra di loro; impedire loro di manifestarsi come bambini… In questo articolo tratteremo il primo dei punti elencati.

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[1] In psicologia il «disconoscimento» si esprime col termine scientifico di squalificazione, come cortesemente mi fa notare l’amico di Twitter dott. Emilio Toma (@emiliotoma).

Il rispetto

25 giu

Questo articolo costituiva un corpo unico insieme con quello sul disconoscimento; li ho separati per una maggior facilità di lettura.

Il rispetto non si pretende: si guadagna. Una volta guadagnato, il rispetto si può (anzi si deve) esigere. “Tu sei mio figlio e quindi mi rispetti!” non può funzionare se il genitore non rispetta per primo il figlio e altri (classicamente, l’altro genitore) di fronte a lui: è una questione di coerenza fra la pretesa del genitore e l’esempio che egli dà.

La carenza di rispetto è la prima e più diffusa forma di disconoscimento; essa s’insinua principalmente nella comunicazione verbale, ma non disdegna l’atteggiamento: una parolina, un gesto sbagliato (come un segno d’impazienza) sono facilmente interpretati dalla mente logica del piccolo come disconoscimento (“Valgo poco perché faccio fatica a capire ciò che papà vuole da me e lui si scoccia!”)

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Un rispetto a sette facce

Sono almeno sette i punti da tenere ben presenti quando ci rivolgiamo al bambino o ad altre persone in sua presenza.

1. L’individuo. Come ho già scritto diverse volte, un figlio non è un nostro prolungamento, una replica di noi in piccolo. Ogni bambino (così come ogni persona) è un individuo pensante indipendente, diverso da noi e da chiunque altro, gemello monozigota incluso. Se non rispettiamo nostro figlio in quanto individuo, otterremo lo stesso risultato che col nostro collega o con lo sconosciuto che incontriamo per strada; anzi, peggio: lo sconosciuto potrà anche mandarci a quel paese dimenticandosi di noi; nostro figlio, invece, sarà obbligato a vivere i prossimi anni in un ambiente disconoscente. Non è una piacevole prospettiva; voi come vi sentireste? Quindi il famoso «BRRR! Che freddo, mettiti il maglione!» non si configura solo come sorpresa, bensì come mancanza di rispetto nei confronti dell’individuo; precisamente sto dicendo al bambino: «Tu non sei una persona!» Immaginarsi l’effetto su di un essere che sta pian piano prendendo consapevolezza di sé…

2. Le inclinazioni. Poiché è un individuo pensante indipendente, il bambino avrà le sue inclinazioni (interessi, passioni): a voi piacerà tanto Battisti, la saggistica e il pallone, ma magari lui prediligerà Beethoven, l’astronomia e il disegno. Se lo prendete in giro perché “I tuoi amici giocano a calcio in oratorio mentre tu stai qui a pasticciare fogli!” [1] non rendete onore prima di tutto alla vostra stessa intelligenza… Incuriositevi delle sue passioni; mostrate attenzione verso i suoi interessi: potreste voi stessi scoprire qualcosa che non avreste mai immaginato essere tanto stimolante.

Il disconoscimento delle inclinazioni è davvero pericoloso. Attenzione, per esempio, a prendere in giro i gay di fronte a vostro figlio o vostra figlia di 9 anni. In molti [pre]adolescenti l’omosessualità si manifesta in modo transitorio (con l’amico/l’amica del cuore) e solo una minoranza rimane omosessuale in seguito. Nel 2013 d.C. dovremmo avere imparato che l’omosessualità non è una devianza o una malattia, perciò prepariamoci per tempo: cerchiamo di non mettere i nostri figli nelle condizioni di vivere uno dei periodi più complessi della loro esistenza in un ambiente che si è palesato ostile fin dall’infanzia; tanto, se vostro figlio resterà omosessuale, non potrete certo cambiarlo voi col vostro atteggiamento di rifiuto…

3. Le idee. Le inclinazioni, alimentate dalla logica e dalla fantasia del bambino, producono idee proprie, originali, che non necessariamente coincidono con le nostre o con quelle comunemente ritenute valide: se non le capiamo o non le condividiamo, possiamo anche dirglielo (il confronto moderato è comunque educativo), ma manteniamo sempre un atteggiamento di distacco ed equilibrio. Se il bimbo disegna gli alberi blu, possiamo chiedergli perché secondo lui l’albero ha il tronco e le foglie blu, buttando lì un delicato «Che strano: non avevo mai visto un albero col tronco blu!», ma prepariamoci a sorprenderci del fatto che egli ci fornirà una risposta del tutto logica sul perché, secondo lui, quell’albero ha il tronco blu! Ci accorgeremo che ci sarà sfuggito proprio quel particolare che avrebbe giustificato una scelta per noi così anomala!

È essenziale rispettare le idee del bambino perché così egli si sentirà libero di dar spazio alla sperimentazione e alla fantasia in un ambiente aperto e sereno, di “specializzarsi” in qualcosa che gli riesce facile; tutto ciò che, poi, in un adulto diventerà il motore dell’innovazione e del successo. Anzi, cerchiamo di affiancarlo e motivarlo a fare quello che gli piace e che sa davvero fare bene. In caso contrario, rischiamo di creare un adulto “quadrato” e “standard” (oltreché infelice perché annoiato e noioso), incapace di distinguersi dalla massa per qualcosa di particolare; in un mondo sempre più competitivo e complesso, questo non lo aiuterà ad affrontare la dura realtà. Meglio poi un tornitore sereno e innamorato del suo lavoro, che un economista ricco ma frustrato.

4. Guai poi a non rispettare le emozioni del bambino. Un modo semplicissimo ed efficace per fargli capire che teniamo a ciò che prova, è di verbalizzarle, partecipandole. Se lo vediamo triste, chiediamogli: “Mi sembra che tu sia triste; anche a me ogni tanto succede. Posso chiederti perché?” Se lo vediamo particolarmente allegro, riconosciamogli: “Ti vedo particolarmente felice e ciò rende contentissimo anche me!” In questo modo gli faremo capire che gli siamo sempre vicini dal punto di vista emotivo (cioè che parliamo abbastanza bene la sua lingua) e che ciò che egli prova (specie se sgradevole) è cosa che succede un po’ a tutti: non è lui l’unica pecora nera a sperimentare lo sconforto.

Ricordiamoci che è importante anche rispettare le sue emozioni verso terzi. Se un amico gli sta particolarmente a cuore, facciamoci vedere amichevoli o perlomeno rispettosi (se proprio l’amico non ci piace) anche nei suoi confronti; se non lo facessimo, il bambino potrebbe perdere fiducia nelle nostre capacità di capirlo e l’amico potrebbe sostituirsi al genitore nel compito; insomma, se volessimo allontanare l’amico da nostro figlio (perché abbiamo fondati motivi che egli possa danneggiarlo), sarebbe proprio la strategia più sbagliata… Ciò è particolarmente pericoloso durante l’adolescenza, quando più forte è il desiderio (del tutto naturale, anzi, benefico) del ragazzino di crearsi una matrice di riferimenti esterni alla famiglia. Ricordiamoci che il metodo più efficace è il dialogo; solo col dialogo capiremo qual è il modo migliore per risolvere un eventuale problema: il conflitto e il confronto non portano da nessuna parte.

5. Ognuno ha e deve avere i propri spazi. Noi rispetteremo quelli del bambino (ad esempio, decideremo assieme a lui come disporre le cose nella sua cameretta) e pretenderemo che egli rispetti i nostri (per esempio, che non entri in bagno quando ci siamo noi, che non esiga di dormire con noi nel lettone). Inoltre richiederemo che egli rispetti gli spazi degli altri membri della famiglia: se ogni fratello ha una cameretta, la regola più logica sarà: “Si entra nella cameretta altrui soltanto chiedendo prima il permesso”. L’educazione al rispetto degli spazi è essenziale: quanta gente invadente e fastidiosa troviamo nella vita di tutti i giorni? Il genitore che non educa a questa regola d’oro non assolve al dovere civico di educare il figlio a vivere in una società libera. Nel momento in cui il nostro figlio divenuto adulto invaderà gli spazi altrui, avrà limitato l’altrui libertà come fanno i dittatori; è chiaro che se è pure tendenzialmente aggressivo, potrebbe costituire un vero e proprio pericolo per la società. Difficilmente diventa ladro chi ha assoluto rispetto per gli spazi altrui…

6. Allo stesso modo degli spazi, dovremo rispettare i suoi tempi. Sebbene i bambini ragionino in modo più rapido degli adulti, generalmente agiscono (e si esprimono) più lentamente, specie se sono molto piccoli. Si pensi al caso della mamma che usa il passeggino con suo figlio di tre anni perché «ho poco tempo da perdere!»: la condizione ideale vuole che ogni attività pianificata preveda tempi più lunghi del “normale”; così, se ci si reca al supermercato in 10 minuti, accompagnando un bimbo di due anni ne serviranno 20 o 30, ma questo tempo sarà sempre ripagato dalla soddisfazione di veder crescere il proprio figlio in grande autonomia e serenità. Se quindi a noi servono 20 minuti dalla sveglia alla partenza, coi bambini servirà probabilmente un’ora; mai forzare eccessivamente i tempi: si trasmette nervosismo e si perde un’occasione educativa d’oro!

7. Infine rispetteremo i modi. Nessun bambino, specie le prime volte, svolge un’attività con la cura e la perfezione di un adulto (incluso il parlare). Se avremo convinto nostro figlio al «gioco» di apparecchiare la tavola, lasciamoglielo fare con un po’ di disordine: l’importante, all’inizio, è che il bambino svolga l’attività; col tempo, imparerà anche a compierla a regola d’arte. Quando è proprio piccolo, predisponiamogli un ambiente che possa sporcare liberamente (tappetino in terra, un po’ distante dalla tovaglia, bavaglino), ma lasciamogli usare da solo il cucchiaio per mangiare: le prime volte il cibo volerà un po’ dappertutto, ma il bambino prenderà rapidamente confidenza con lo strumento e già prima dei 2 anni sarà in grado di mangiare da solo in modo ordinato. Se storpia le parole, noi riproporremo la stessa frase in modo corretto, magari sotto forma di domanda, ma non facciamogli capire che lo stiamo correggendo: tanto, alla lunga, imparerà la forma corretta per imitazione. A un “Voio apa!” risponderemo “Vuoi dell’acqua? Eccola qui!” oppure “Se avrei fame mangerei!” – “Eh certo! Anch’io se avessi fame mangerei!” Regola d’oro: se il bambino non sperimenta da sé, non impara.

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Conseguenze della carenza di rispetto

Fallire in uno dei sette punti sopra elencati costituisce modello negativo e quindi non dovremo stupirci, per esempio, se nostro figlio si farà un baffo delle idee altrui quando noi siamo i primi a non rispettare quelle del bambino o di altri di fronte a lui. Inoltre, vivere una realtà in cui il rispetto è scarso genera nel bambino, e quindi nel successivo adulto, la convinzione di valere poco (ignavia, depressione), oppure di non saper farsi rispettare (ansia, insicurezza), o ancora che il rispetto si ottiene solo con la forza e la teatralità (aggressività, narcisismo, istrionismo).

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Pretendere un rispetto guadagnato

Se e solo se avremo rispettato i punti sopra, allora, dovremo anche pretendere rispetto. Soltanto in quella condizione le eventuali piccole punizioni saranno vissute dal bambino come il risultato di una propria manchevolezza. Soltanto allora il bambino, dopo aver gestito la frustrazione del rimprovero, capirà di aver sbagliato e non si sentirà vittima di una «giustizia» illogica e incoerente. Se io non rispetto gli spazi del bambino, come posso punirlo se continuerà a entrare in bagno quando avremo ospiti a casa? “Perché papà può farlo e io no?” si chiederà. Se derido mio figlio perché si occupa di cose che considero di poco conto e lui scoppia in lacrime di rabbia, che logica vi sarà nell’eventuale mia punizione? È un po’ come chi affama il cane e poi lo punisce perché ruba la bistecca dal tavolo della cucina…

Su, non abbiamo forse abbastanza esempi di scarso rispetto nella vita di tutti i giorni? Non è forse giunto il momento di fare qualcosa di concreto per cambiare le cose?

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[1] Ricordo personalmente i miei fratelli maggiori quando avevo 15 anni: “Stai qui ad ascoltare Bach invece di scoparti una diversa ogni sera!” Notare che la morosa ce l’avevo e me la trombavo pure! Ma essendo io tendenzialmente risk-averse, durava già allora anni…

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