La violenza fisica

10 apr

“Una sculacciata non ha mai fatto male a nessuno!” — “Un bel ceffone al momento giusto…” — “Ora ringrazio mio padre per quando me le dava di santa ragione!”

Recentemente è di moda il femminicidio; tuttavia, spesso accade che notizie scandalose siano diffuse ad arte dai media, che hanno bisogno di vendere e sanno che gran parte delle persone non leggono oltre il titolo; infatti i dati dimostrano che in realtà le donne ammazzate da uomini non sono per nulla aumentate. Ma vabbe’, siccome il mondo è complesso e l’umanità contraddittoria, gratta gratta scopriamo che molte delle mamme che si scandalizzano davanti a tali notizie, poi non esitano a manifestare la propria più argomentata convinzione sulla presunta validità delle tre affermazioni nell’incipit.

Già,la violenza genera violenza, sempre e comunque.

Un bambino che subisce un atto di violenza fisica (o verbale o psicologica o di qualsiasi altro tipo) tenderà naturalmente a riprodurlo perché, udite udite, il messaggio che mamma e papà trasmettono col manrovescio è sempre il solito ed è estremamente logico e pericoloso: “Siccome sono un genitore debole e non ho argomenti adeguati alla situazione, ricorro alle botte.” Che si può anche leggere come: “Caro bambino mio, se non sai come convincere l’amichetto a ridarti il giocattolo, usa la mazza da baseball.” Succede.

E mi domando se qualcuno di quelli che “Ma che vuoi che sia uno scapaccione ogni tanto!” abbia mai pensato in termini di proporzioni… Vediamo. Mamma Genoveffa è alta cm 170 e pesa 55 Kg; suo figlio Annibale, 5 anni, è alto un metro e pesa 16 Kg. Consideriamo come Annibale vede sua mamma mentre gli dà un ceffone. Anzi, immaginiamo come Genoveffa vedrebbe la stessa scena, mantenendo la proporzione, se suo marito fosse grande come Genoveffa e Genoveffa come Annibale.

Genoveffa, che ha una mano lunga 16 centimetri, vedrebbe un signore alto 2 metri e 90 centimetri (1,7 volte la sua altezza) e del peso di 190 Kg (3,4 volte la sua stazza) sfoderare ‘na mano tanta di 27 centimetri (praticamente un disco a 33 giri) e riversargliela addosso con una forza percepita pari a più di tre volte quella che l’incauta madre violenta pensa di produrre schiaffeggiando il povero Annibale. Io sono alto 188 cm e peso 88 Kg. Se me la prendessi con Annibale sarebbe come se un mazinga di tremetriemmezzo per cinquequintali mi spatasciasse una Treccani in faccia o sul culetto (che poi, nel mio specifico caso, è la stessa cosa). Spiacevole, no?

Avete idea di che trauma possa produrre una scena di tale maestosa grandiosità vissuta in un particolare momento di debolezza psichica di un bambino? Perché non è che il nostro bimbo è sempre bello, allegro, sereno e pronto ad affrontare un Merkava’ che lo trita. Se il ceffone capita nel momento sbagliato, lo segnerà per tutta la vita e poi hai voglia di sostegno psicologico e regime carcerario duro…

Praticamente, cara Genoveffa, sì: se picchi tuo figlio, sei una criminale e se un giorno un uomo cresciuto da uno come te ti ammazzerà di botte, per favore, almeno non lamentarti, perché sono i genitori come te a produrre i femminicidi. Ergo, oggi abbiamo imparato che cercare di sessualizzare il responsabile logico di un crimine è un’operazione quantomeno discutibile.

Naturalmente poi non tutti i bambini reagiscono allo stesso modo al battipanni.

  • C’è chi «impara la lezione» e da grande metterà le mani addosso o comunque aggredirà chiunque lo contraddica.
  • C’è chi capisce subito che il genitore è debole, e diventerà presto padrone della situazione, sfidandolo e infischiandosene di regole e autorità; da adulto riprodurrà nella nostra già difficile società comportamenti simili e facilmente criminogeni.
  • C’è chi si sottomette e obbedisce. E così farà in una vita che lo condannerà a frustrazioni indicibili perché non appena egli si troverà di fronte a un prepotente o a una difficoltà, rinuncerà ad affrontarli: in lui domina il ricordo inconscio di quelle bastonate che facevano tanto male… Fra questi sfigati, poi, si selezionerà un gruppetto che finirà inevitabilmente sulle cronache per aver ammazzato quattordici persone in un Paese notoriamente aggressivo, ventuno ragazzini davanti a una discoteca [1] o sessantanove avversari politici in un’isola di benessere. I giornalisti si precipiteranno a raccontarvi che è stato un «raptus», mica un «genitore criminale».

Non dimentichiamo poi che la violenza fisica non si manifesta solo con le botte: anche l’uso di maniere spicce coi nostri bimbi produce risultati compatibili. Perciò se il piccolo si rifiuta di salire in auto dopo aver cercato di motivarlo con le buone, non lo prenderemo in malo modo schiaffandolo sul sedile, bensì lo tratteremo come faremmo con qualunque oggetto delicato che dovessimo mettere in auto, ricordandoci però che stiamo comunque avendo a che fare con una persona: insomma, decisi sì — “Niente storie, non si può fare altrimenti!” — ma anche amorevoli.

Come dite? Ah, quello che “Ora ringrazio mio padre per quando me le dava di santa ragione!” Servono forse spiegazioni? Come agirà quel genitore di fronte al bimbo che fa i capricci, al solo scopo di onorare la memoria di un cadavere che nella vita ha iniziato o perpetuato una catena di violenza? E spezziamola, una buona volta…

Oh, che c’è ancora?!? Ah, io sarei verbalmente violento?!? Ma dove?!? Be’ prendetevela con mio padre, e in parte anche con mia madre. In questo caso la catena l’ho spezzata solo selettivamente: coi bimbi, non c’è ombra di dubbio. Con voi… prima devo suonarvi la sveglia (visto che una fredda argomentazione razionale funzionerebbe solo coi moderati, che difficilmente mettono le mani addosso ai bambini), poi ne riparliamo, eh?

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[1] Capito come funziona il terrorismo islamista in Paesi o «culture» dove i bambini crescono nella frustrazione di dover tacere di fronte a padri che il fanatismo religioso rende indiscussi padroni?

L’incoerenza fra i genitori

27 nov

Fra gli atteggiamenti più pericolosi e deleteri ai fini educativi troviamo senz’altro l’incoerenza fra i genitori. Il classico esempio è costituito dal genitore A che nega al bambino il permesso per una certa azione, mentre il genitore B glielo concede. Insomma, Paolo va dal papà a chiedergli se può uscire, il papà gli dice di no; allora Paolo si reca dalla mamma e questa, magari dopo qualche insistenza e molte lagne del moccioso, cede alla richiesta inopportuna.

L’incoerenza fra i genitori si manifesta il più delle volte in situazioni semplici, schematizzabili come la «NO-SÌ» appena descritta; in alcuni casi, tuttavia, essa compare in strutture più complesse fino ad assumere forme chiaramente patologiche. Ciò avviene, per esempio, quando i genitori non vanno più d’accordo e, in previsione di separarsi, operano tattiche che spesso si concludono in una vera e propria guerra psicologica nei confronti del figlio: i partner fanno a gara nello sconfessare l’uno ciò che l’altro ha deciso, al solo scopo di guadagnarsi – nelle loro menti malate – l’amore del bambino e magari pure la speranza che questi decida di rimanere col genitore più concessivo. Il risultato, inutile dirlo, è il disastro totale. Famiglie in cui schemi comunicativi tanto subdoli s’instaurano con continuità possono giungere a manifestare atteggiamenti morbosi; tali nuclei dovrebbero pertanto essere presto posti sotto stretta osservazione da parte di specialisti.

Elencare i danni che l’incoerenza genitoriale produce è arduo perché molteplici sono i messaggi trasmessi al bambino, ma anche ai membri dell’intera famiglia. Vediamo di elencare almeno i principali.

  • Tu hai sempre a disposizione una via di uscita per ottenere ciò che vuoi.” Non importa quale regola mamma o papà vorranno far rispettare: il bambino troverà sempre il modo per eluderla, semplicemente rivolgendosi all’altro.
  • Tu non puoi fidarti dei tuoi genitori.” Se uno dei partner sconfessa l’affermazione dell’altro in situazioni che non siano meramente eccezionali, il bambino finirà per non fidarsi più di nessuno di loro perché, anche se egli ottiene un sì, sa che resterà sempre la possibilità che l’altro dica di no. Può persino accadere che il bambino assuma il controllo della situazione, riunendo i genitori per esprimere la sua richiesta in presenza di entrambi. Ovviamente, a quel punto essi avranno perso la fiducia del bambino nonché il loro stesso ruolo.
  • Noi non ti garantiamo la stabilità emotiva di cui hai tanto bisogno.” Come ho già scritto nell’articolo sulle regole, il bambino è sereno se vive in un ambiente prevedibile e stabile [1]; l’incoerenza non creerà mai alcuna di queste condizioni.
  • Mamma non vale nulla, il suo parere non conta.” Forse il messaggio più nefasto. Se la mamma nega il gelato al figlio e subito dopo il padre glielo concede, papà sta dicendo al bambino che ciò che mamma dice ha scarsa importanza: il bambino finirà così per non rispettarla; le regole e la disciplina da lei richieste finiranno del tutto disattese e il bambino si comporterà come se la mamma non contasse nulla. Naturalmente se i genitori fanno a gara per screditarsi l’un l’altro, il risultato sarà catastrofico: il bambino perderà ogni riferimento primario e diverrà estremamente irrequieto, del tutto incontrollabile.

Come evitare simili situazioni? Innanzi tutto è indispensabile che i genitori si guardino negli occhi e decidano se continuare la loro storia d’amore – divenuta evidentemente instabile – oppure se non sia giunto il momento di por fine con una separazione alla sofferenza loro e dei loro figli. Se i genitori decidono di continuare uniti l’avventura della squadra-famiglia [2], allora devono sedersi a un tavolo e, a quattr’occhi, concordare un progetto educativo che dovrà essere rispettato da entrambi, sempre e comunque, senza eccezione alcuna.

Mi si permettano un paio di consigli, la cui validità verifico ogni giorno nella mia professione: tale riunione sia formale, cioè decisa allo specifico scopo di risolvere la questione, condotta dai soli genitori in un ambiente che stimoli il dialogo e senza distrazioni (cioè senza figli, parenti o amici tra i piedi). Inoltre si dovrà discutere anche del ruolo dei membri esterni alla famiglia in senso stretto, come i nonni, gli zii, gli amici più cari, che spesso si dimostrano essere i più fantasiosi generatori d’incoerenza; a questi si dovranno poi comunicare altrettanto formalmente le proprie decisioni. Poco stimolante? Esagerato? Ridicolo? Mai come in questi casi la formalità aiuta a rinforzare messaggi essenziali del tipo: “Ora si cambia davvero!”

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[1] Ciò non significa che il bambino non debba sperimentare l’imprevedibilità – che esiste nella vita reale e cui dobbiamo certamente preparare i nostri figli – ma è opportuno che ciò avvenga in contesti adeguati alla sua condizione (ad esempio durante il gioco).

[2] L’avventura della squadra-famiglia può (e deve) continuare anche se i genitori decidono di separarsi. Chiaramente dovranno essere prese in considerazione anche le esigenze dei partner che dovessero eventualmente subentrare, ma il bambino dovrà sempre godere dei suoi riferimenti primari e della stabilità emotiva che questi concedono. Focalizzandosi sul bene del bambino, sarà pertanto d’obbligo mantenere rispetto fra tutti i membri della famiglia allargata e concordare formalmente (cioè seduti a uno stesso tavolo) un progetto educativo che tenga conto delle esigenze di tutti.

I nonni (et al.): risorsa o problema?

27 giu

Ricevo email e messaggi privati in Twitter e Facebook; in essi mi si chiedono opinioni e consigli. Io vi ringrazio di cuore dell’interesse e soprattutto della fiducia, ma ritengo che sarebbe utile che pubblicaste i vostri dubbi fra i commenti degli articoli nel blog perché così tutti ne beneficerebbero; oltretutto avreste molta più probabilità di ottenere una risposta ragionata e critica, frutto della vostra personale elaborazione di molteplici informazioni: la mia singola opinione non è certamente scevra di errori…

Un tema ricorrente nei vostri messaggi è la funzione dei nonni (ma anche zii, parenti, amici stretti di famiglia) nell’educazione dei piccoli. Vediamo insieme quale può essere una mia risposta breve e schematica, in base a ciò che abbiamo elaborato in queste pagine.

«Gammel mann holder liten gutt i hånden» (Gustav Vigeland) nel Vigelandsparken a Oslo

«Gammel mann holder liten gutt i hånden» (Gustav Vigeland) nel Vigelandsparken a Oslo

I nonni sono una risorsa preziosa, senza ombra di dubbio. Abbiamo pochi mezzi a disposizione: pochi soldi e poco tempo (a volte, purtroppo, anche poca propensione alle manifestazioni affettive); così i nonni sono diventati i baby-sitter per eccellenza. Affidabili, precisi, persone che indubbiamente hanno già allevato almeno una generazione di pargoli. Ma è tutto oro quel che luccica? Tornando all’introduzione de «la Catena di #Elettra», il primo dubbio che mi viene in mente è sulla questione se i nonni abbiano commesso errori reiterati nell’educare voi stessi genitori e soprattutto se essi abbiano elaborato correttamente i “risultati”. Se erano nonni del tipo «un’urlata ogni tanto fa solo bene», forse prima di affidar loro i nostri pargoli è opportuno verificare se i nostri genitori o suoceri abbiano capito che conseguenze porti la violenza verbale e se si siano convinti ad abbandonare tale “metodo”.

Per molti di noi la presenza dei nonni ha costituito l'unica esperienza di «famiglia allargata».

Per molti di noi la presenza dei nonni ha costituito l’unica esperienza di «famiglia allargata».

Qual è il succo del discorso? Se avete un vostro progetto educativo in famiglia [1], è opportuno che ne rendiate partecipi i nonni e che questi lo condividano (leggi: lo accettino e s’impegnino ad applicarlo) in toto. Parlandone con loro potreste ottenere preziosi consigli cui non avevate pensato: potete confrontarli con ciò che è scritto in queste pagine; potete decidere se accettarli o meno, se integrarli o meno nel vostro progetto. Alla fine, però, esso dev’essere consolidato e condiviso da tutti.

Se i nonni pensano che i NO possano diventare sì, forse è opportuno che ne discutiate con loro e strappiate la promessa (la cui messa in pratica verificherete poi sul campo) che nessun NO diventerà MAI sì. Se non lo fate, nella mente dei vostri piccoli tale situazione creerà grande confusione nonché la consapevolezza che le regole si aggirano facilmente, a patto di cambiare interlocutore. Fra l’altro, ciò è esattamente quello che avviene quando i due genitori stessi non sono d’accordo fra di loro sul progetto educativo: la mamma dice no -> il bimbo va dal papà che dice sì -> la regola è aggirata.

La mia compagna delle elementari Caterina, cresciuta a Milano, non sembra gradire troppo l'esperienza bucolica; in realtà nonni con uno stile di vita completamente diverso dal nostro può costituire una preziosa opportunità educativa per i nostri bambini.

La mia compagna delle elementari Caterina, cresciuta a Milano, non sembra gradire troppo l’esperienza bucolica che nonno Pietrino le somministra; in realtà parenti e amici con uno stile di vita completamente diverso dal nostro possono costituire una preziosa opportunità educativa per i nostri bambini.

Stile di vita e carattere dei nonni non costituiscono certamente un problema; anzi, educano il bambino alla cultura della diversità e della tolleranza; tuttavia non transigete, non spostatevi di una virgola sul progetto educativo, che è il frutto più prezioso della vostra squadra-famiglia. Se i nonni proprio non riescono o (più spesso) non vogliono accettare le regole che avete concordato, allora, consiglio mio, tenete i vostri figli a debita distanza. Lasciate certamente che i vostri bambini frequentino i nonni, ma fate sì che ciò avvenga sempre in vostra presenza. Non lascerei qualche settimana mio figlio a mia madre se sapessi che, al ritorno, dovrei compiere un’opera di “rieducazione” a quelli che sono i valori e le regole che la mia famiglia (mia moglie, i miei figli e io) condivide.

Se i nonni adottano un progetto educativo diverso dal vostro, essendo essi stessi riferimenti potenzialmente forti, [2] rischierete di ritrovarvi figli confusi, ambigui e (ormai lo sapete che il bambino confuso perde serenità) infelici: ogni passaggio da voi ai nonni o viceversa diventerebbe un trauma per i vostri figli, per voi e pure per i nonni; meglio quindi evitare il triplice fastidio.

PS: Superfluo aggiungere che quanto detto per i nonni vale per gli zii, i parenti e gli eventuali amici stretti di famiglia; insomma chiunque possa costituire riferimento forte per i nostri bambini.

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[1] Failing to plan is planning to fail. Come per ogni compito di ampio respiro, l’educazione dei vostri bambini deve costituire un progetto, proprio di quelli pianificati a tavolino. Riunitevi col vostro partner, concordate le regole che hanno valore per voi e applicatele con coerenza, così come avevo raccomandato qui. Nelle pagine de «la Catena di #Elettra» troverete molti spunti di riflessione per la costruzione del vostro specifico progetto educativo.

[2] Con tutta probabilità, per questioni anagrafiche i nonni sono ben più consapevoli di voi del concetto di ruolo.

Il disconoscimento

25 giu

Questo articolo costituiva un corpo unico insieme con quello sul rispetto; li ho separati per una maggior facilità di lettura.

Siamo finalmente all’articolo che introduce l’ultimo argomento de «la Catena di #Elettra», così come da pianificazione iniziale del lavoro. Perché proprio in coda? Perché qui tratterò questioni varie e piuttosto complesse, «metodi» posti in atto da molti genitori in modo sottile e inconsapevole: molte azioni “disconoscitive” discendono infatti da malsane tradizioni, usi, da un’obsoleta e deleteria cultura del sopruso scambiata per autorevolezza; parole e gesti cui siamo abituati e di cui non ci percepiamo l’effetto distruttivo. Si pensi ad esempio all’«Io sono tuo padre e quindi tu mi rispetti!” Un’affermazione che addirittura si configura come “Sorpresa di #Elettra”: l’essere padre, di per sé (cioè messa da parte ogni questione etica o religiosa), non comporta una sterile pretesa di rispetto; l’essere buon padre, invece, implica una doverosa rivendicazione di reciprocità. Ritengo che sia stato necessario percorrere i primi quattro argomenti del blog per affrontare in modo più agevole una materia certamente meno immediata.

Che cosa intendo per disconoscimento [1] del bambino? Direi il contrario del riconoscimento come individuo indipendente; è l’incapacità di considerarlo diverso da me, con le sue idee, il suo carattere, le sue emozioni, le sue inclinazioni, i suoi spazi, i suoi tempi… Se dico a mio figlio: “Sei triste? Eh lo so, ti capisco perché a volte capita anche a me. Posso chiederti qual è il motivo?” riconosco una sua situazione emotiva, rendendomene partecipe; se invece uso un più sbrigativo: “Sei triste? Passerà!” compio un’azione di disconoscimento nei confronti delle emozioni di mio figlio, il quale penserà che nessuno lo capisce oppure che lui vale poco come persona perché i suoi genitori gli dedichino la giusta attenzione.

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Conseguenze del disconoscimento

Ovviamente, essendo una forma subdola di violenza psicologica, il disconoscimento è pericoloso (difficile individuarlo nelle nostre azioni, specie se siamo abitudinari) e potenzialmente distruttivo: l’individuo che lo subisce si autoconvincerà di valere poco, di essere inutile, incapace di raggiungere qualsiasi obiettivo; oppure penserà di dover “fare di più” per meritare l’attenzione dei genitori… Insomma, a seconda del carattere diventerà nevrotico, irrequieto, depresso, debole, narcisista, istrionico, aggressivo… Certamente non sarà un adulto sereno ed equilibrato.

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Una storia di disconoscimento

Ma torniamo per un attimo a uno degli articoli introduttivi de «la Catena di #Elettra». Paolo aveva subìto disconoscimento da parte di sua madre durante tutta l’infanzia e l’adolescenza. Sebbene egli fosse in grado d’imparare in breve tempo a svolgere bene qualsiasi compito, la mania materna di voler controllare tutto e tutti l’aveva represso: “Tu questo non lo fai perché me ne occupo io!” – “Tu stai zitto perché sei il più piccolo in casa!” – “Lascia quella bottiglia in frigo: vengo io a prenderla perché tu la rompi!” – “Guai a te se tocchi i miei libri!” e via dicendo. Purtroppo Paolo è diventato un adulto insicuro, nevrotico, isterico, eterno numero due, incapace di assumersi responsabilità in modo stabile, abile nel cominciare cento compiti ma non finirne uno…

Cari amici, vi rivolgo un ennesimo invito: se vi ritrovate in alcune delle condizioni caratteriali del povero Paolo, o se cercate spesso l’attenzione e la stima degli altri, per il bene dei vostri figli approfondite la faccenda e analizzate il comportamento dei vostri genitori: è probabile che abbiano a loro insaputa (lo spero!) applicato disconoscimento e che voi stiate inconsapevolmente «riciclando» lo stile coi vostri bambini; vedremo insieme quali sono le “tecniche disconoscitive” più diffuse in questo e nei prossimi articoli.

Molte sono le manifestazioni pratiche del disconoscimento; la prima che mi viene in mente si esprime nello scarso rispetto del bambino inteso come individuo indipendente da noi, ma ne esistono altre: l’incapacità di considerare i figli come individui diversi fra loro; l’eccesso di protezione; il manifesto disinteresse; voler mantenerli bimbi piccoli; svolgere per loro compiti che sarebbero benissimo in grado di gestir da sé; stabilire fra di loro criteri di priorità in base all’età, al sesso, alle capacità; metterli in competizione fra di loro; impedire loro di manifestarsi come bambini… In questo articolo tratteremo il primo dei punti elencati.

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[1] In psicologia il «disconoscimento» si esprime col termine scientifico di squalificazione, come cortesemente mi fa notare l’amico di Twitter dott. Emilio Toma (@emiliotoma).

Il rispetto

25 giu

Questo articolo costituiva un corpo unico insieme con quello sul disconoscimento; li ho separati per una maggior facilità di lettura.

Il rispetto non si pretende: si guadagna. Una volta guadagnato, il rispetto si può (anzi si deve) esigere. “Tu sei mio figlio e quindi mi rispetti!” non può funzionare se il genitore non rispetta per primo il figlio e altri (classicamente, l’altro genitore) di fronte a lui: è una questione di coerenza fra la pretesa del genitore e l’esempio che egli dà.

La carenza di rispetto è la prima e più diffusa forma di disconoscimento; essa s’insinua principalmente nella comunicazione verbale, ma non disdegna l’atteggiamento: una parolina, un gesto sbagliato (come un segno d’impazienza) sono facilmente interpretati dalla mente logica del piccolo come disconoscimento (“Valgo poco perché faccio fatica a capire ciò che papà vuole da me e lui si scoccia!”)

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Un rispetto a sette facce

Sono almeno sette i punti da tenere ben presenti quando ci rivolgiamo al bambino o ad altre persone in sua presenza.

1. L’individuo. Come ho già scritto diverse volte, un figlio non è un nostro prolungamento, una replica di noi in piccolo. Ogni bambino (così come ogni persona) è un individuo pensante indipendente, diverso da noi e da chiunque altro, gemello monozigota incluso. Se non rispettiamo nostro figlio in quanto individuo, otterremo lo stesso risultato che col nostro collega o con lo sconosciuto che incontriamo per strada; anzi, peggio: lo sconosciuto potrà anche mandarci a quel paese dimenticandosi di noi; nostro figlio, invece, sarà obbligato a vivere i prossimi anni in un ambiente disconoscente. Non è una piacevole prospettiva; voi come vi sentireste? Quindi il famoso «BRRR! Che freddo, mettiti il maglione!» non si configura solo come sorpresa, bensì come mancanza di rispetto nei confronti dell’individuo; precisamente sto dicendo al bambino: «Tu non sei una persona!» Immaginarsi l’effetto su di un essere che sta pian piano prendendo consapevolezza di sé…

2. Le inclinazioni. Poiché è un individuo pensante indipendente, il bambino avrà le sue inclinazioni (interessi, passioni): a voi piacerà tanto Battisti, la saggistica e il pallone, ma magari lui prediligerà Beethoven, l’astronomia e il disegno. Se lo prendete in giro perché “I tuoi amici giocano a calcio in oratorio mentre tu stai qui a pasticciare fogli!” [1] non rendete onore prima di tutto alla vostra stessa intelligenza… Incuriositevi delle sue passioni; mostrate attenzione verso i suoi interessi: potreste voi stessi scoprire qualcosa che non avreste mai immaginato essere tanto stimolante.

Il disconoscimento delle inclinazioni è davvero pericoloso. Attenzione, per esempio, a prendere in giro i gay di fronte a vostro figlio o vostra figlia di 9 anni. In molti [pre]adolescenti l’omosessualità si manifesta in modo transitorio (con l’amico/l’amica del cuore) e solo una minoranza rimane omosessuale in seguito. Nel 2013 d.C. dovremmo avere imparato che l’omosessualità non è una devianza o una malattia, perciò prepariamoci per tempo: cerchiamo di non mettere i nostri figli nelle condizioni di vivere uno dei periodi più complessi della loro esistenza in un ambiente che si è palesato ostile fin dall’infanzia; tanto, se vostro figlio resterà omosessuale, non potrete certo cambiarlo voi col vostro atteggiamento di rifiuto…

3. Le idee. Le inclinazioni, alimentate dalla logica e dalla fantasia del bambino, producono idee proprie, originali, che non necessariamente coincidono con le nostre o con quelle comunemente ritenute valide: se non le capiamo o non le condividiamo, possiamo anche dirglielo (il confronto moderato è comunque educativo), ma manteniamo sempre un atteggiamento di distacco ed equilibrio. Se il bimbo disegna gli alberi blu, possiamo chiedergli perché secondo lui l’albero ha il tronco e le foglie blu, buttando lì un delicato «Che strano: non avevo mai visto un albero col tronco blu!», ma prepariamoci a sorprenderci del fatto che egli ci fornirà una risposta del tutto logica sul perché, secondo lui, quell’albero ha il tronco blu! Ci accorgeremo che ci sarà sfuggito proprio quel particolare che avrebbe giustificato una scelta per noi così anomala!

È essenziale rispettare le idee del bambino perché così egli si sentirà libero di dar spazio alla sperimentazione e alla fantasia in un ambiente aperto e sereno, di “specializzarsi” in qualcosa che gli riesce facile; tutto ciò che, poi, in un adulto diventerà il motore dell’innovazione e del successo. Anzi, cerchiamo di affiancarlo e motivarlo a fare quello che gli piace e che sa davvero fare bene. In caso contrario, rischiamo di creare un adulto “quadrato” e “standard” (oltreché infelice perché annoiato e noioso), incapace di distinguersi dalla massa per qualcosa di particolare; in un mondo sempre più competitivo e complesso, questo non lo aiuterà ad affrontare la dura realtà. Meglio poi un tornitore sereno e innamorato del suo lavoro, che un economista ricco ma frustrato.

4. Guai poi a non rispettare le emozioni del bambino. Un modo semplicissimo ed efficace per fargli capire che teniamo a ciò che prova, è di verbalizzarle, partecipandole. Se lo vediamo triste, chiediamogli: “Mi sembra che tu sia triste; anche a me ogni tanto succede. Posso chiederti perché?” Se lo vediamo particolarmente allegro, riconosciamogli: “Ti vedo particolarmente felice e ciò rende contentissimo anche me!” In questo modo gli faremo capire che gli siamo sempre vicini dal punto di vista emotivo (cioè che parliamo abbastanza bene la sua lingua) e che ciò che egli prova (specie se sgradevole) è cosa che succede un po’ a tutti: non è lui l’unica pecora nera a sperimentare lo sconforto.

Ricordiamoci che è importante anche rispettare le sue emozioni verso terzi. Se un amico gli sta particolarmente a cuore, facciamoci vedere amichevoli o perlomeno rispettosi (se proprio l’amico non ci piace) anche nei suoi confronti; se non lo facessimo, il bambino potrebbe perdere fiducia nelle nostre capacità di capirlo e l’amico potrebbe sostituirsi al genitore nel compito; insomma, se volessimo allontanare l’amico da nostro figlio (perché abbiamo fondati motivi che egli possa danneggiarlo), sarebbe proprio la strategia più sbagliata… Ciò è particolarmente pericoloso durante l’adolescenza, quando più forte è il desiderio (del tutto naturale, anzi, benefico) del ragazzino di crearsi una matrice di riferimenti esterni alla famiglia. Ricordiamoci che il metodo più efficace è il dialogo; solo col dialogo capiremo qual è il modo migliore per risolvere un eventuale problema: il conflitto e il confronto non portano da nessuna parte.

5. Ognuno ha e deve avere i propri spazi. Noi rispetteremo quelli del bambino (ad esempio, decideremo assieme a lui come disporre le cose nella sua cameretta) e pretenderemo che egli rispetti i nostri (per esempio, che non entri in bagno quando ci siamo noi, che non esiga di dormire con noi nel lettone). Inoltre richiederemo che egli rispetti gli spazi degli altri membri della famiglia: se ogni fratello ha una cameretta, la regola più logica sarà: “Si entra nella cameretta altrui soltanto chiedendo prima il permesso”. L’educazione al rispetto degli spazi è essenziale: quanta gente invadente e fastidiosa troviamo nella vita di tutti i giorni? Il genitore che non educa a questa regola d’oro non assolve al dovere civico di educare il figlio a vivere in una società libera. Nel momento in cui il nostro figlio divenuto adulto invaderà gli spazi altrui, avrà limitato l’altrui libertà come fanno i dittatori; è chiaro che se è pure tendenzialmente aggressivo, potrebbe costituire un vero e proprio pericolo per la società. Difficilmente diventa ladro chi ha assoluto rispetto per gli spazi altrui…

6. Allo stesso modo degli spazi, dovremo rispettare i suoi tempi. Sebbene i bambini ragionino in modo più rapido degli adulti, generalmente agiscono (e si esprimono) più lentamente, specie se sono molto piccoli. Si pensi al caso della mamma che usa il passeggino con suo figlio di tre anni perché «ho poco tempo da perdere!»: la condizione ideale vuole che ogni attività pianificata preveda tempi più lunghi del “normale”; così, se ci si reca al supermercato in 10 minuti, accompagnando un bimbo di due anni ne serviranno 20 o 30, ma questo tempo sarà sempre ripagato dalla soddisfazione di veder crescere il proprio figlio in grande autonomia e serenità. Se quindi a noi servono 20 minuti dalla sveglia alla partenza, coi bambini servirà probabilmente un’ora; mai forzare eccessivamente i tempi: si trasmette nervosismo e si perde un’occasione educativa d’oro!

7. Infine rispetteremo i modi. Nessun bambino, specie le prime volte, svolge un’attività con la cura e la perfezione di un adulto (incluso il parlare). Se avremo convinto nostro figlio al «gioco» di apparecchiare la tavola, lasciamoglielo fare con un po’ di disordine: l’importante, all’inizio, è che il bambino svolga l’attività; col tempo, imparerà anche a compierla a regola d’arte. Quando è proprio piccolo, predisponiamogli un ambiente che possa sporcare liberamente (tappetino in terra, un po’ distante dalla tovaglia, bavaglino), ma lasciamogli usare da solo il cucchiaio per mangiare: le prime volte il cibo volerà un po’ dappertutto, ma il bambino prenderà rapidamente confidenza con lo strumento e già prima dei 2 anni sarà in grado di mangiare da solo in modo ordinato. Se storpia le parole, noi riproporremo la stessa frase in modo corretto, magari sotto forma di domanda, ma non facciamogli capire che lo stiamo correggendo: tanto, alla lunga, imparerà la forma corretta per imitazione. A un “Voio apa!” risponderemo “Vuoi dell’acqua? Eccola qui!” oppure “Se avrei fame mangerei!” – “Eh certo! Anch’io se avessi fame mangerei!” Regola d’oro: se il bambino non sperimenta da sé, non impara.

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Conseguenze della carenza di rispetto

Fallire in uno dei sette punti sopra elencati costituisce modello negativo e quindi non dovremo stupirci, per esempio, se nostro figlio si farà un baffo delle idee altrui quando noi siamo i primi a non rispettare quelle del bambino o di altri di fronte a lui. Inoltre, vivere una realtà in cui il rispetto è scarso genera nel bambino, e quindi nel successivo adulto, la convinzione di valere poco (ignavia, depressione), oppure di non saper farsi rispettare (ansia, insicurezza), o ancora che il rispetto si ottiene solo con la forza e la teatralità (aggressività, narcisismo, istrionismo).

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Pretendere un rispetto guadagnato

Se e solo se avremo rispettato i punti sopra, allora, dovremo anche pretendere rispetto. Soltanto in quella condizione le eventuali piccole punizioni saranno vissute dal bambino come il risultato di una propria manchevolezza. Soltanto allora il bambino, dopo aver gestito la frustrazione del rimprovero, capirà di aver sbagliato e non si sentirà vittima di una «giustizia» illogica e incoerente. Se io non rispetto gli spazi del bambino, come posso punirlo se continuerà a entrare in bagno quando avremo ospiti a casa? “Perché papà può farlo e io no?” si chiederà. Se derido mio figlio perché si occupa di cose che considero di poco conto e lui scoppia in lacrime di rabbia, che logica vi sarà nell’eventuale mia punizione? È un po’ come chi affama il cane e poi lo punisce perché ruba la bistecca dal tavolo della cucina…

Su, non abbiamo forse abbastanza esempi di scarso rispetto nella vita di tutti i giorni? Non è forse giunto il momento di fare qualcosa di concreto per cambiare le cose?

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[1] Ricordo personalmente i miei fratelli maggiori quando avevo 15 anni: “Stai qui ad ascoltare Bach invece di scoparti una diversa ogni sera!” Notare che la morosa ce l’avevo e me la trombavo pure! Ma essendo io tendenzialmente risk-averse, durava già allora anni…

Passeggino o sedia a rotelle?

12 giu

Nell’articolo sul Carrello della Spesa ho anticipato (leggi: minacciato) che avrei affrontato la questione del passeggino che un po’ troppi genitori italiani sembrano trasformare in “sedia a rotelle”, disabilitando così l’autonomia dei propri figli non più piccolissimi e inviando “un messaggio piuttosto fastidioso a quelli che purtroppo sono veri disabili“. [1] Ho tuttavia dovuto prima concludere un breve sondaggio ad hoc sugli usi e costumi di mamme e papà nostrani in tema di trasporto dei propri pargoli. Tale rilevamento mi è servito a comprendere meglio la dimensione di un fenomeno tutto italiano (è un modo di dire: in realtà, limitandoci all’Europa, è almeno anche un caso spagnolo), che influisce negativamente sull’autonomia dei più piccoli. Ora lo condivido con voi, assieme ad alcune riflessioni.

L’idea del sondaggio mi è venuta in mente durante l’ultimo viaggio in Romania, un Paese in cui, almeno nelle regioni di Transilvania e Moldova, ho potuto osservare comportamenti davvero virtuosi da parte dei genitori locali nei confronti dei bambini (tutti i bambini, non solo i propri figli): sono amorevoli ma non stucchevoli; li proteggono [2] ma non li ossessionano con le loro paranoie; li rendono rapidamente autonomi ma senza abbandonarli a se stessi. Insomma in Romania da sempre osservo una cultura pedagogica positiva, spontanea, omogenea, diffusa trasversalmente in ogni ceto; tanti anni fa collaborai a un mini-club di un villaggio turistico internazionale: ecco, trovo che l’atteggiamento dei Rumeni verso i bambini sia molto simile a quello francese, da me già citato più volte come modello virtuoso in un Paese sviluppato.

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L’uso del passeggino in Romania ed Europa

La mia cognatina Szonia

La mia cognatina Szonia

Quando raccontai alle mie due cognatine rumene di 10 e 13 anni che molti genitori italiani portano bambini di 4-5 anni nei passeggini, esse, manifestando uno stupore che dovrebbe mettere in allarme le mamme e i papà nostrani, mi proposero di valutare la distribuzione anagrafica dei bambini rumeni nei passeggini e, con grande entusiasmo, mi aiutarono nel compito (due volte educativo, a quanto pare).

La mia cognatina Natalia

La mia cognatina Natalia

Il risultato fu sorprendente: su 100 bambini, 100 (tutti!) mostravano al massimo 12-14 mesi: nelle zone in cui Natalia e Szonia mi aiutarono nella pur dilettantesca operazione statistica, in pratica, sembra che nessun genitore rumeno trasporti nel passeggino bambini in grado di camminare da sé; perciò in Romania il passeggino è considerato come un mero ausilio che permette al genitore di portare comodamente il piccolo con sé quando questi non è ancora in grado di camminare.

Avendo lavorato 13 anni in Europa, mi sento ragionevolmente sicuro di affermare che la situazione rumena è del tutto analoga a quella del resto del continente, fatta una palese eccezione per la Spagna, dove troppo spesso ho potuto osservare bambini in “sedia a rotelle” persino in età scolare!

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L’uso del passeggino in Italia

Tornato in Italia dal viaggio rumeno, mi sono dilettato a sondare la situazione locale ed ecco che cosa ho scoperto.

Distribuzione per fasce d'età dei bambini osservati nei passeggini.

Distribuzione per fasce d’età dei bambini osservati nei passeggini.

Qualche nota metodologica:

  1. Questi numeri non hanno valore statistico perché il campione è esiguo, però aiutano a farsi un’idea e, fra l’altro, suggeriscono che bisognerebbe procedere a un sondaggio approfondito e statisticamente più significativo.

  2. In verde, l'area rumena in cui abbiamo condotto il sondaggio sull'uso del passeggino.

    In verde, l’area rumena in cui abbiamo condotto il sondaggio sull’uso del passeggino.

    Le osservazioni sono state condotte dal 1° maggio al 2 giugno 2013 in varie cittadine delle regioni rumene di Transilvania e Moldova, nonché in alcune località del Norditalia, fra cui Milano, Borgomanero e Orta San Giulio (NO), Como, Cittadella (PD).

  3. L’età dei bambini è stata determinata in modo esclusivamente euristico: nessuno di noi l’ha espressamente chiesta ai genitori; c’è però da dire che tutti noi (Natalia e Szonia comprese) abbiamo avuto a che fare con tanti bambini e siamo in grado di determinarne a grandi linee l’età, almeno per gli scopi che un sondaggio amatoriale si prefigge.

  4. I valori dell’età sono ovviamente indicativi; in particolare, per “Meno di 1 anno” intendo un campione di bambini che mostrano meno di 12-15 mesi, cioè probabilmente non ancora in grado di camminare in modo sicuro.

  5. Le osservazioni si riferiscono a bambini seduti nei passeggini, non a quelli in culla o comunque sdraiati.

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Considerazioni sull’abuso del passeggino

In Romania sembra impossibile osservare nei passeggini bambini in grado di camminare autonomamente.

In Romania sembra impossibile osservare nei passeggini bambini in grado di camminare autonomamente.

Come ho specificato, questi dati non hanno rilevanza statistica, ma, in un contesto “di tutti i giorni” e non specialistico come quello de «la Catena di #Elettra», sono utili per avviare qualche ragionamento. Abbiamo visto che in Romania (e in quasi tutt’Europa) ai bambini viene tolto il passeggino non appena essi siano in grado di camminare stabilmente e in modo sicuro: ho potuto spesso osservare e ammirare l’amorevole dedizione e pazienza di quei genitori, che evidentemente dedicano tempo di qualità adeguato ai bisogni educativi della propria prole.

Se consideriamo che in media i bambini vengono posti seduti sul passeggino intorno ai sei mesi d’età, è chiaro che il campione osservato di 36 bambini italiani di meno di un anno va pesato per metà di un anno, così come i campioni che si riferiscono a due anni consecutivi vanno pesati per due anni. Qualche breve calcolo porta alla seguente distribuzione che rappresenta, per ogni fascia d’età dei bimbi, quanti genitori decidono di smettere di trasportarli nel passeggino.

Percentuali di genitori che decidono di togliere il passeggino ai propri figli, distribuite per fasce d'età.

Percentuali di genitori che decidono di togliere il passeggino ai propri figli, distribuite per fasce d’età.

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Conseguenze dell’abuso del passeggino

Prima di commentare i dati, vorrei esprimere qualche considerazione sul passeggino, un ausilio che, se adoperato in modo improprio, può produrre conseguenze gravi sullo sviluppo psicofisico del bambino. Chi ha letto l’articolo sul Carrello della Spesa avrà già un’idea abbastanza chiara di una parte di esse; di seguito cito due passaggi significativi, adattandoli al contesto.

Il passeggino è uno strumento d’insulto nei confronti del bambino. A meno che il nostro pargolo non rientri nelle categorie per le quali tale strumento è certamente idoneo (cioè sia piccolissimo o, purtroppo, disabile), imporre un mezzo costrittivo al bimbo limita la sua autonomia e il suo sviluppo psicofisico perché: 1) gli impedisce di esplorare da solo il mondo che lo circonda; 2) non gli permette di partecipare alle attività della squadra-famiglia; 3) gli racconta di noi che non ci fidiamo di lui; che ben sappiamo che se lo lasciassimo libero, comincerebbe a scorrazzare a destra e a manca; leggi: tenderebbe a comportarsi come un bambino normale; che lo consideriamo un bambino di un anno; che siamo genitori deboli, incapaci di educare: sta difatti a noi e al nostro ruolo – non al passeggino! – educare il bimbo a rispettare regole di base, come quella di non allontanarsi in modo pericoloso e incontrollato; 4) Se poi il bimbo ha addirittura 4-5 anni, il passeggino lo rende ridicolo agli occhi degli altri bambini: il genitore mostra così davvero scarso rispetto per il proprio figlio.

È lo specchio del proprio egoismo perché ogni occasione di vita quotidiana vissuta insieme col bambino deve costituire un’opportunità educativa: anche questo principio rientra nel ruolo del genitore. So bene che è molto comodo mettere il guinzaglio al bimbo perché così non correrà in giro, non toccherà tutto e non necessiterà del nostro fermo intervento in caso di pericolo (cioè, come ho scritto sopra, perché così non potrà essere bambino). Ma so anche che è pigrizia e miopia quella del genitore che non si sofferma a escogitare come trasformare una passeggiata di piacere o di necessità in un’occasione educativa per il bambino. È pigrizia e miopia quella del genitore che, per propria comodità, non concede i giusti tempi al bambino perché questi possa far da sé ed esplorare il mondo in modo diretto e guidato dalla propria curiosità.

A questi due passaggi aggiungo un punto importante: il bambino cui non è permesso di camminare con le proprie gambe diventa presto irrequieto, infelice (perché il movimento è una potente valvola di sfogo) oppure semplicemente pigro e quindi più facilmente obeso; cioè il genitore che non educa il figlio a muoversi al più presto con il solo ausilio delle proprie gambe finisce quasi sempre per esporlo a frustrazione e/o a rischi a lungo termine per la sua salute. Si può persino affermare che, in alcuni casi, il genitore prepara la morte precoce del figlio: il sovrappeso e l’obesità, lo ricordo, causano patologie gravi come quelle cardiovascolari, il diabete e il cancro, oltre a vari disturbi fisici e psicologici.

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Analisi dei risultati

Torniamo ai dati. Dai numeri dell’ultima tabella deduciamo quindi che:

  • Fortunatamente, [3] la maggior parte dei genitori italiani denotano un comportamento virtuoso per quel che riguarda l’autonomia dei propri figli, quando questa si vuole esprimere attraverso l’uso di uno strumento – il passeggino – che tale autonomia inevitabilmente limita. Insomma, il 60% dei genitori italiani adoperano il passeggino per quel che è: un utile ausilio per chi ha bambini non ancora in grado di camminare; non appena essi sono sicuri sulle loro gambe, il passeggino viene riposto in cantina. Chiamerò questi genitori “virtuosi” o di classe A.

  • Più di un genitore italiano su quattro (27%) limita moderatamente l’autonomia dei propri piccoli imponendo il passeggino per qualche tempo dopo che essi hanno cominciato a camminare. Come abbiamo visto, esistono comportamenti più virtuosi, certamente in questi genitori è più intenso il bisogno della propria comodità, ma non mi sento di ritenere che possano causare danno ai propri piccoli, specie se questo è l’unico comportamento “meno virtuoso” che essi mettono in pratica. Diciamo che sono genitori di classe B.

  • Un bambino italiano di 3-4 anni nel passeggino: la situazione è oltretutto ridicola perché non ci sta proprio!

    Un bambino italiano di 3-4 anni nel passeggino: la situazione è oltretutto ridicola perché non ci sta proprio!

    Tredici genitori su cento manifestano comportamenti poco virtuosi e probabilmente inficiano l’autonomia dei propri piccoli, specie se, alla forzatura del passeggino, affiancano ulteriori atteggiamenti di sostituzione (il genitore si sostituisce al bambino). Sospetto che ciò ineluttabilmente accada, perché l’uso del passeggino a danno di bambini di 3-5 anni è spesso spia di scarsa consapevolezza dell’importanza del rendere autonomi i figli, o peggio è segno del bisogno patologico da parte del genitore di sentirsi importante, riconosciuto, perché altri dipendono da lui.

  • Bambina di almeno 4 anni (forse 5?) in passeggino; con questo gesto, i genitori le stanno comunicando: "Sei soltanto una bambina di un anno."

    Bambina di almeno 4 anni (forse 5?) in passeggino; con questo gesto, i genitori le stanno comunicando: “Sei soltanto una bambina di un anno.”

    Dei tredici qui sopra, nove (poco meno di uno su dieci) sono genitori disabilitanti (nel senso che non abilitano l’autonomia naturalmente richiesta dal bambino: classe C) e quattro (un genitore su 25) sono fortemente disabilitanti (classe D): si tratta d’inconsapevolezza (ignoranza) del danno che stanno producendo o, in qualche caso, di questioni meramente patologiche che il genitore (e forse a questo punto anche il figlio) dovrebbe affrontare con l’ausilio di un professionista. Un bambino normodotato di 4-5 anni nel passeggino costituisce una visione oggettivamente disturbante nonché ridicola (il più delle volte non ci sta nemmeno dentro) e, per il bene del bimbo, invito a farlo notare al genitore, così come faccio spesso io.

Aggiungo un’informazione “collaterale” ma significativa: avvicinandoci ai bambini nelle situazioni espresse dalle classi C e, ancor più, D, spesso ho osservato evidenti carenze di linguaggio e comportamenti ascrivibili a bimbi molto più piccoli. La situazione-tipo è il bambino di 4 anni nel passeggino, col biberon in mano e la faccia scazzata, che si esprime con un linguaggio poco più avanzato della lallazione. Credetemi, cazzo: sono bambini del tutto normali e intelligenti, ma mantenuti piccoli da genitori che fan loro credere di avere ancora un anno!!!

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Come s’inquadra in #Elettra l’abuso del passeggino

Ho introdotto la classificazione A-D non perché essa racchiuda un qualche valore scientifico o giudizio etico, bensì perché ritengo che possa tornare utile nella categoria del disconoscimento che sto per affrontare. L’uso inadeguato del passeggino è chiaramente un comportamento disconoscente nei confronti del bambino, nel senso che non gli riconosce l’autonomia che il genitore deve gradualmente concedere al bimbo in certe attività naturali, non appena questi è in grado di gestirle da sé (es. camminare). Più precisamente si tratta di un comportamento sostitutivo (il genitore fa per conto del bimbo qualcosa che dovrebbe lasciar fare a lui): presto affronteremo in dettaglio questi errori educativi che si prefigurano come un vero e proprio insulto a uno dei cinque pilastri educativi: il rispetto [del bambino come individuo autonomo e diverso da noi].

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[1] Commento sarcastico di un mio conoscente disabile in carrozzella.

[2] La società rumena, come molte comunità del Centro-Nordeuropa, vigila spontaneamente sui bambini; sono molti i piccoli che circolano da soli o a piccoli gruppi per le cittadine rumene, così come avviene in Svizzera, Germania eccetera, e come avveniva da noi una trentina d’anni fa (altro spunto riflessivo sulla situazione dell’autonomia dei bimbi italiani). In caso di pericolo, chiunque interviene senza remore per difendere l’incolumità dei bambini; ciò in Romania è oltretutto essenziale, visto il significativo numero di rapimenti che affligge il Paese.

[3] L’osservazione costituisce per me un sollievo perché personalmente ero convinto che i genitori “virtuosi” fossero una minoranza o comunque in numero inferiore rispetto a quello prodotto dal sondaggio. A tal proposito, è utile condurre simili rilevamenti perché la nostra mente è spesso meno oggettiva di ciò che i numeri dicono. Il fatto è che si tende a osservare più spontaneamente una condizione che noi consideriamo degna di attenzione (in quanto, in questo caso, negativa). Ciò spiega anche perché molte persone sono convinte di vedere dappertutto, per esempio, il proprio «numero fortunato»: semplicemente tendono a osservare maggiormente proprio quel numero. ;)

L’inganno

4 giu

Questo articolo costituiva un corpo unico insieme con quello sulla sorpresa; li ho separati per una maggior facilità di lettura.

In questa categoria affrontiamo quattro brevi ma importanti spunti di riflessione [dis]educativi, ognuno espresso in un articolo: la sorpresa, la TV, l’ironia e il sarcasmo, la menzogna. Perché “inganno”? Perché qui si discute di tutto ciò che falsifica la realtà percepita dal bambino confondendolo, facendogli perdere riferimenti e impedendogli di maturare in ambiti tanto importanti per lui come l’autonomia e la socialità.

Non so quanti genitori siano consapevoli della diffusione dell’inganno come “metodo educativo”; purtroppo, come vedremo, esso entra spesso nella vita e nelle situazioni di tutti i giorni. Da quando abbiamo visto l’argomento dell’incoerenza, sappiamo che il bambino non è ancora dotato di strumenti psichici e critici per elaborare un’informazione incongruente; figurarsi se egli può gestirla al meglio quando questa diventa strumento del genitore al fine di ottenere qualcosa dal piccolo…

La “sorpresa”

4 giu

Questo articolo costituiva un corpo unico insieme con quello sull’inganno; li ho separati per una maggior facilità di lettura.

Vediamo perché la sorpresa, intesa – sia chiaro – con accezione negativa, confonde il bambino ostacolandone la maturarità. Per “sorpresa” intendo tutte quelle situazioni inattese d’inganno che l’adulto per sua esigenza o comodità produce, e che un bambino, madrelingua emotivo ma con spiccate doti di logica, non riesce a elaborare in modo razionale. Oltre agli atti che di per sé costituiscono una sorpresa negativa secondo il significato più comune, per comodità ritengo utile far rientrare in questa categoria tutti i casi in cui il genitore interrompe il naturale flusso bisogno → soddisfacimento; anche questo – forse non ci pensano in molti – spiazza completamente il bambino fino a portarlo, in casi estremi, all’incapacità di abbinare uno specifico bisogno all’azione per soddisfarlo.

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Nove “Sorprese” sgradite

Molti di voi rimarranno sorpresi a leggere ciò che considero “sorpresa”, ma mi premurerò, per quanto possibile, di chiarire ogni dubbio. Di seguito illustrerò l’importanza di evitare “sorprese” al bambino, descrivendo nove situazioni tipiche, definendole “errori” proprio per togliere ogni dubbio.

Errore n. 1. Spaventare volontariamente il bambino, anche se solo per gioco. Come nel caso della violenza, anche un piccolo spavento nel momento sbagliato (per esempio in condizioni di fragilità psichica) può costituire un vero e proprio trauma. Mai spaventare il bambino per nessun motivo: basterà la vita di tutti i giorni a fargli prendere quotidiane dosi di “strizza”. Ovviamente, se dovesse capitare d’impaurirlo in modo involontario, basterà minimizzare l’accaduto senza però sottovalutare l’emozione del bambino, che andrà anzi riconosciuta verbalmente:Ti chiedo scusa, Matteo, se ti ho spaventato: so che ora sei tutto impaurito, ma vedrai che passerà subito.”

Errore n. 2. Pronunciare, anche scherzosamente, frasi come: “Non ti voglio più vedere!” o peggio: “Non ti voglio più bene!” Queste sono estremamente pericolose perché il genitore è un riferimento primario; il bambino, specie se piccolo, non è per nulla in grado di valutare l’attendibilità di simili espressioni, che vengono pertanto interpretate in senso letterale scatenando la paura più istintiva e intensa che egli conosca: quella dell’abbandono.

Errore n. 3. Addormentare il bambino nel lettone per poi spostarlo nel lettino. Ciò naturalmente non vale per lattanti e bimbi piccolissimi; diciamo dall’età in cui il bambino comincia a comunicare verbalmente col genitore. Sembra un’azione del tutto naturale e innocua, ma in realtà la compiamo sempre per nostra comodità. Che cosa penseremmo noi se ci addormentassimo nel letto di casa e il giorno dopo ci svegliassimo, non dico sul Cervino, ma anche solo sul tavolo della cucina?! E comunque rimane valido il discorso per il quale il lettone per i bambini dev’essere sempre off-limits

Mi rendo conto che può sembrare poco pratico o addirittura una cattiveria, ma se il bambino si addormenta in altro luogo (sul divano, in auto), quando è il momento di coricarlo nel suo letto è opportuno svegliarlo (naturalmente senza creargli una situazione incompatibile col sonno, come urlare, eccitarlo o mettergli fretta) e lasciargli percorrere il tragitto con le sue gambe: tanto non vedrà l’ora d’infilarsi nel suo comodo letto per riaddormentarsi al più presto.

Errore n. 4. Nascondere nel piatto cibo sgradito al bambino. Valgono le stesse considerazioni anagrafiche del punto precedente. Se i pomodori risultassero sgraditi al nostro bambino, sarebbe del tutto fuorviante infilarglieli di soppiatto sotto la pasta o la carne; finché il bambino è piccolo si può naturalmente pensare d’inserire il pomodoro come ingrediente (ma non deve essere identificabile!), ma quando egli cresce, inevitabilmente si riterrà ingannato dal genitore che ha cercato di “fare il furbo” e potrà far suo questo metodo discutibile in situazioni del tutto inadeguate.

Meglio piuttosto intraprendere un più difficile cammino educativo (questo è lo scopo del genitore!) e stimolare il bimbo ad assaggiare un pochino (anche pochissimo) di tutto, magari prevedendo anche un piccolo premio: il successo ottenuto con onestà costa fatica, ma è estremamente soddisfacente per tutte le parti coinvolte…

Errore n. 5. Imboccare il bambino distraendolo. La fame è uno stimolo naturale che va soddisfatto esclusivamente quando esso si presenta. Se il bambino non ha fame, meglio che non mangi: lo farà al pasto successivo (se ne avrà voglia). Forzare il bambino a ingurgitare cibo distraendolo con giochini, la TV o altre amenità, non lo educa alle azioni corrette che soddisfano il bisogno della fame e della sete: mangiare e bere.

Piccola parentesi: solo i neonati s’imboccano; a un anno e mezzo il bambino dev’essere lasciato mangiare da solo col cucchiaio o con le mani. Chi imbocca un bambino di tre anni o più (peggio ancora!) sta dicendo a suo figlio che è un incapace di sei mesi; non dovrà quindi poi sorprendersi se il quattrenne si comporterà come un neonato anche in altre situazioni…

Per noi è una banalità acquisita, ma un bambino deve addirittura imparare che per ovviare alla sensazione di fame (o sete), bisogna mangiare (o bere). Se si fa mangiare il bambino controvoglia (anche per esempio servendogli quantità di cibo eccessive), innanzi tutto gli s’indurrà avversione al cibo e poi gli si confonderanno le idee sulla relazione logica fame ↔ mangiare. Stiamo tranquilli che il pericolo per i bambini italiani, oggi, non è certo quello di morire di fame: il sovrappeso e l’obesità infantili, una volta appannaggio delle popolazioni statunitensi, costituiscono ormai una catastrofe sanitaria nazionale.

Errore n. 6. Spegnere la luce perché il bambino s’addormenti. Come ho già scritto, l’addormentamento dev’essere un percorso graduale fatto di piccoli accorgimenti e tanta regolarità: abbassare le luci, fare meno rumore, no a giochi eccitanti, lavarsi i denti, pigiama, orsacchiotto (non a sedici anni, per favore!), favola, bacino, spegnere la luce. Se infiliamo sbrigativamente nostro figlio nel letto e gli spegniamo la luce imponendogli di dormire, non lo concilieremo né col sonno né, ancor più grave, con il senso della solitudine che il buio comunque induce.

Errore n. 7. Addormentare il bambino al buio e non fare rumore durante il sonnellino diurno. Questo vale per tutti, lattanti compresi. Il bambino è programmato per dormire anche di giorno e anche con la luce: basta abbassare un po’ le tapparelle giusto per non avere un’illuminazione di pieno giorno; perché egli organizzi al più presto il suo ciclo biologico naturale, è importantissimo che impari a dormire di giorno in condizioni diurne (e cioè con la luce e con i normali rumori di casa, dialoghi a voce normale compresi) e di notte in condizioni notturne (cioè al buio e senza rumore).

Così facendo, più avanti il bambino non avrà mai difficoltà ad addormentarsi nemmeno in ambienti caotici e ciò semplificherà di molto la vita a noi e a lui. Anche questa è educazione.

Errore n. 8. Coprire il bambino (lui) perché si ha freddo (noi). Valgono le considerazioni anagrafiche del punto 3). Come per la relazione fame ↔ mangiare, il bambino deve capire fin da subito che per ovviare al freddo bisogna coprirsi di più e per ovviare al caldo è necessario togliersi una maglia di troppo. Se il genitore copre il bambino in base alle proprie sensazioni termiche, innanzi tutto esercita una sostituzione (che è una forma di disconoscimento del bambino, lo vedremo nell’ultimo argomento) e poi non educa il bambino a capire le sensazioni e a gestire da sé le azioni che inducono il proprio benessere.

Attenzione però: ancora una volta, per noi è banale coprirsi quando fa freddo, ma il bambino piccolo, credetemi, non può saperlo e quindi dobbiamo affiancarlo noi. Se riteniamo che possa aver ragionevolmente freddo, glielo chiediamo e solo se ci risponde affermativamente, aggiungiamo: “Mi hai detto che hai freddo, vuoi quindi una maglia/felpa?” Così facendo gli induciamo la relazione freddo ↔ maglione senza inficiare lo sviluppo della sua autonomia.

Errore n. 9. L’uso di strumenti quali braccioli per nuotare, rotelle per andare in bicicletta, protezioni per i mobili eccetera, oltre un’età ragionevole e/o in assenza di rischio reale. Come per i casi precedenti, interveniamo con un’azione che stravolge la fisica. In bicicletta bisogna imparare ad andare, altrimenti si cade e ci si fa male (non prima dei 4-5 anni perché il bambino non coordina ancora bene l’equilibrio); in acqua, se non si sa stare a galla si affoga. Va da sé che, compatibilmente con l’età, le inclinazioni e i tempi di apprendimento del bimbo, dobbiamo insegnargli al più presto ad andare in bicicletta o a stare almeno a galla (esistono corsi in piscina anche per bambini piccolissimi). Patetici, poi, (e pericolosi!) i casi di quei genitori che mettono i braccioli ai bimbi quando l’acqua è profonda 30 cm: il bambino non capirà minimamente a che cosa servono quelle cose che gli s’impone e rischierà di sottovalutare il rischio quando egli si troverà in acqua più profonda (potrebbe levarseli ritenendoli inutili).

Non raccomando poi le protezioni per i mobili, a meno che questi non abbiano vertici/spigoli davvero pericolosi (per esempio appuntiti o taglienti), nemmeno per i bimbi più piccoli: la vita è piena di pericoli e noi dobbiamo preservare l’incolumità dei nostri bambini soltanto nelle situazioni davvero pericolose (come il rischio di cadere da un balcone, di finire sotto una macchina, di ferirsi con un coltello, di rovesciarsi acqua bollente addosso eccetera); sarà naturalmente importante che spieghiamo al bambino perché i vertici dei mobili possono fare male, ma sarà inevitabile che egli lo impari da solo con qualche bernoccolo…

Esistono innumerevoli altre situazioni di “sorpresa” e non è certamente possibile elencarle tutte; spero con questi esempi di aver comunicato in modo efficace il motivo per cui bisogna evitarle. In ogni caso, invito a una discussione di questo tema così particolare nei commenti.

La violenza verbale

28 mag

Questo articolo costituiva un corpo unico insieme con quello sulla violenza; li ho separati per una maggior facilità di lettura.

Un articolo sulla violenza verbale andrebbe annoverato fra quelli sulla violenza psicologica in genere, ma essendo l’«urlo» il metodo violento più usato dai genitori italiani, preferisco trattarlo a parte. Non andrò per le lunghe perché non serve.

Soffermiamoci a riflettere sui messaggi che inviamo al bambino quando adottiamo un tono aggressivo, [1] alziamo la voce per farci «obbedire», urliamo la nostra rabbia nei suoi confronti o addirittura ricorriamo alle minacce:

  1. Il bambino non ci ascolterà perché, come ormai si è scritto alla nausea, egli è madrelingua emotivo e quindi l’emozione della rabbia sarà per lui sovrastante sul contenuto della frase urlata.

  2. Egli imparerà che per ottenere qualcosa, bisognerà sopraffare l’altro con urli e minacce; tanto più urgente/importante sarà la richiesta per il bambino, tanto più intensamente egli dovrà agire: se non dovesse raggiungere subito lo scopo, il bimbo ci metterà quindi ben poco a passare dalla violenza verbale a quella fisica.

  3. Agli occhi del bambino appariremo come individui svuotati di ruolo, autoritari e senza autorevolezza; persone di cui egli non si può fidare. Non ci mostreremo come il più bravo papà del mondo, la migliore mamma dell’universo, bensì come persone deboli, incapaci di gestire la situazione.

Se anche il punto 1) dovesse convincerlo a svolgere il compito richiesto, il bambino lo farà solo a causa di una temibile autorità, non certo grazie alla nostra autorevolezza. Questa si costruisce nel tempo solo ed esclusivamente basandosi su quelli che amo ricordare come i cinque pilastri dell’educazione: coerenza (e quindi buon esempio), rispetto, equilibrio, dialogo e amore. Non ci sarà bisogno di «obbedire» [2] di fronte all’autorevolezza: tutto avverrà spontaneamente. All’autorità, invece, il bambino imparerà a reagire confrontandosi con altrettanta violenza, oppure chiudendosi in se stesso, macinando la frustrazione nel suo piccolo mondo; a quel punto, e in ogni caso, non solo il bimbo non svolgerà più alcun compito, ma non riusciremo nemmeno più a comunicare con lui.

Alla prossima occasione, il bambino si guarderà bene dal comunicarci un problema o un disagio perché egli temerà che noi lo inondiamo di nuovo di tanta emozione negativa. Va da sé che un bimbo sensibile moltiplicherà gli effetti di tale stato psichico e lascio al senso critico del lettore immaginarne le conseguenze.

Se poi il piccolo non dovesse temere la nostra reazione perché d’indole tenace, comunque non verrà da noi perché avrà perso fiducia, proprio come illustro nel punto 3). Anzi, probabilmente ci deriderà, rispondendoci a tono e, come in una sfida al più forte (visto che il genitore che urla è manifestamente debole e quindi si lascerà trascinare), saggerà i confini di un limite molto labile e dinamico, portando la tensione a punti di rottura sempre più elevati. Ora, rileggendo il punto 2), riuscite a immaginarvi che mostro corriamo il rischio di creare anche solo partendo da un tono di voce «un po’ aggressivo»?

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Ogni tanto può capitare?

E non voglio sentire ragioni come «Ah ma se succede una volta ogni tanto, magari perché ti tira fuori dalle grazie d’Iddio, non è poi così grave!» Ogni forma di violenza, verbale, psicologica o fisica è grave, sempre e comunque, anche se si manifesta una volta sola. Una frase espressa in modo violento in una situazione di particolare fragilità emotiva del bambino può condurre a conseguenze gravi, costituire un vero e proprio trauma. Non siamo troppo sicuri di conoscere nostro figlio e di sapere quando «è meglio evitare»: i bambini sono estremamente abili nella comunicazione emotiva: oltre a interpretare senza esitazione i messaggi «nascosti» che ricevono, sanno celare molto bene certi disagi anche al genitore stesso (ciò, come abbiamo visto, vale a maggior ragione se questi lascia trapelare debolezza di ruolo concedendosi a sfoghi di aggressività). Se così non fosse, non si capirebbe come mai molti genitori scoprono che il proprio figlio subisce abusi, soltanto quando ormai le conseguenze sono devastanti.

Quindi, cari genitori, desidero che la lettura di questo articolo costituisca un punto di svolta: da questo momento, essendo persone mature e responsabili, siamo consapevoli che l’urlo si usa solo negli stadi o in situazioni di reale emergenza; se col nostro bambino ci siamo lasciati un po’ andare, da adesso in poi sono certo che in ogni situazione, anche la più stressante, manterremo con lui un dialogo dal contenuto emotivo equilibrato.

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[1] Attenzione: aggressivo, non severo. Un tono severo, sacrosanto in certe situazioni (come nelle punizioni o quando mostriamo insoddisfazione per un comportamento inadeguato del bambino), impone amorevole serietà nell’espressione facciale e nella voce. Quindi evitiamo di apparire nazistoidi, ma evitiamo pure di metterci a ridere o anche solo di sorridere: basta una serena autoconvinzione che “Quella cosa non s’ha da fare: per me è del tutto inconcepibile!” (che poi è il pas possible autrement dei genitori francesi).

[2] Dare ordini e obbedire sono locuzioni verbali più adatte all’ambito militare o fra cane e padrone. La comunicazione fra genitore e figlio deve sempre avvenire per dialogo: questo (lo scrivo per quelli che “Ah ma quanto lassismo!”) non significa che in certe situazioni il genitore non debba imporre un determinato compito al bimbo. È una mera questione di forma, non di contenuto.

La violenza

28 mag

Questo articolo costituiva un corpo unico insieme con quello sulla violenza verbale; li ho separati per una maggior facilità di lettura.

Poiché da tempo vi ho ormai rivelato la struttura portante di questo mio lavoro, e molte domande, molti spunti che traggo dalla rete si riferiscono ad argomenti diversi dal ruolo e dalla coerenza, ho deciso di procedere in modo “orizzontale”, sviscerando cioè le restanti categorie in sequenza: incoerenza, violenza, inganno e disconoscimento.

Oggi cominciamo uno degli argomenti che mi sta più a cuore. Premetto che talvolta potrò apparire abbastanza sgradevole: contro la violenza a danno di un innocente che non ha strumenti fisici né psichici né culturali per opporsi a tale comportamento, non riesco proprio a intravvedere un’argomentazione logica e razionale, perché del tutto irrazionale e ingiustificabile appare l’adozione di certi metodi. L’unica spiegazione plausibile fa capo a tutto il lavoro de «la Catena di #Elettra»: il genitore ha subìto un’educazione inadeguata e non si è ancora soffermato a riflettere sugli errori che tale situazione gli induce; egli quindi, non ponendo rimedio allo stato che lo affligge, «ritrasmette» gravi vizi educativi come un cieco ripetitore emotivo che agisce nel dominio del tempo.

Violenza si ritorceDi conseguenza, un avvertimento: qui si spiegherà perché l’uso di mezzi educativi violenti porta sempre e comunque al disastro; capisco che, a volte, chi adotta certi metodi semplicemente non è consapevole del danno che può produrre uno strillo o uno schiaffo, specie se reiterati o sfuggiti in un momento di debolezza del bambino. Si pensa: “Che farà mai una sculacciata quando serve?!”, “Mio padre ogni tanto mi dava un ceffone e ora lo ringrazio!”, “Un’urlata come si deve, e tutto si rimette a posto!” e si osserva l’effetto immediato, che il più delle volte dà ragione al genitore, nel senso che il bambino si “corregge” all’istante (almeno le prime volte); ma nessuno rivolge mai l’attenzione al messaggio che, con questi gesti, gli trasmettiamo…

Chi, dopo aver letto queste pagine, persevererà nel grave errore di usare la violenza come metodo educativo, sarà da me (per quel che conta) ritenuto una persona indegna della responsabilità, dell’onore e della soddisfazione di allevare ed educare un bambino. Il linguaggio che userò sarà volutamente emotivo perché emotivo, e per nulla razionale, come detto, è lo stimolo che porta all’urlo o alla sgridata, alla minaccia, allo scapaccione o alla sculacciata, al gusto del punire, al controllo ossessivo, alla paranoia [1], al ricatto. Per affrontare l’aggressione e la prevaricazione, che siano verbali, fisiche o psicologiche [2], non conosco altri modi che il duro confronto. In certi casi ritengo che sia più opportuno “suonare la campana”: saranno pochi, ma qualcuno si sveglierà: ne sono certo…

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[1] Adotto questa terminologia più propriamente psicologica in modo certamente improprio e scusandomene con gli eventuali professionisti che dovessero leggere: me ne servo tuttavia per mera comodità espressiva, al fine di descrivere comportamenti tendenzialmente ossessivi, ma che non costituiscono (per ora) una vera e propria patologia. Diciamo che tratto le irrazionalità di tutti i giorni…

[2] Non affronto la violenza sessuale perché, oltre agli evidenti aspetti penali che la questione implicherebbe, ritengo che saremmo pienamente in campo patologico e pertanto invito chi fosse interessato al tema a rivolgersi a specialisti. Il semplice “scapaccione ogni tanto” (violenza fisica), la sgridata (verbale) e le forme di violenza psicologica si inseriscono in un quadro di gravità variabile: anche se comunque mi disturba terribilmente, non mi sento di definire “criminale” un genitore che qualche volta si è lasciato andare a momenti d’ira (il tipico: “Eh, ma, a volte, te le tirano proprio fuori!…) Va da sé che anche queste tre forme di violenza, come la cronaca c’insegna, possono sconfinare nel crimine e nell’abuso veri e propri; ecco, questi ultimi, come già specificato nelle avvertenze, non costituiscono l’ambito de «la Catena di #Elettra».

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