L’abbandono nelle decisioni

17 Mag

Siamo giunti all’ultimo articolo sull’argomento degli errori di ruolo, fra quelli pianificati fin dall’inizio de «la Catena di #Elettra»; tuttavia, se dovessero sorgere altri spunti personali o da parte di voi, cari lettori, sarò lieto di aggiungerli in seguito.

Generalmente il bambino mostra, rispetto a noi adulti, qualche difficoltà in più a decidersi. Se gli proponete un armadio pieno di magliette e lo invitate a scegliere, spesso passerà minuti interi a capire che cosa indossare e più facilmente ripiegherà su un capo a portata di mano, uno a caso, o a ciò che mette più spesso. Perché? Semplice! Perché il bambino è abitudinario: egli trova nelle regole e nella regolarità dello svolgimento delle azioni quotidiane il suo più potente ansiolitico. Una decisione è invece un momento di crisi (il significato letterale di questo termine in greco è, appunto, “decisione”) perché la necessità di una scelta rompe il pacifico flusso delle cose di sempre.

Abbiamo visto negli articoli precedenti quanto è importante che il genitore eserciti il suo ruolo, affiancando (non guidando!) il bambino nei momenti di difficoltà, per esempio quando non vuole o non riesce a svolgere un compito; il genitore dovrà quindi facilitare anche un esercizio arduo (lo è spesso per un adulto, figurarsi per un bambino) come scegliere.

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L’imbarazzo della scelta

Alcuni di noi si trovano in difficoltà persino davanti a una decisione semplice come valutare il giusto paio di scarpe o un breve itinerario fra due. Forse ciò avviene proprio perché i nostri genitori, un po’ carenti di ruolo, non ci hanno aiutato a costruire gradualmente quella sicurezza in noi stessi, quella consapevolezza delle nostre capacità, necessarie per svolgere persino le cose più semplici di tutti i giorni. Repetita iuvant: il ruolo del genitore, e la sua corretta messa in pratica, sono fondamentali per rinforzare il carattere e quindi il benessere del bambino che poi sarà adulto. Affiancare (non guidare!) il bambino nelle decisioni è un’occasione estremamente positiva per esercitare il ruolo del genitore.

Affiancare, come ormai sappiamo bene, non significa guidare il bambino o sostituirsi a lui; in questo contesto, non significa decidere per lui. Affiancare significa rendere un compito più agevole dal punto di vista emotivo, prima ancora che pratico. Così, per esempio, sarà importante motivare positivamente nostra figlia se, dopo un intero anno di danza (attività da lei scelta e che l’ha sempre appassionata), sarà titubante a presentarsi al saggio finale (grazie a Cristiana Calilli, @100per100mamma, per lo spunto); rinforzeremo emotivamente la nostra bambina ricordandole i successi fin lì ottenuti, quanto è migliorata, ed esprimendole complimenti sinceri ed entusiasti. Sarà anche importante cercar di capire il motivo che porta il nostro bambino a fermarsi di fronte a una difficoltà leggermente superiore: forse la prossima volta cercheremo di rinforzare i comportamenti positivi di nostro figlio lungo tutto il percorso dell’esercizio. Nel caso della danza, quindi, forse l’anno prossimo dovremo dialogare di più con nostra figlia quando torna da lezione, mostrandoci regolarmente interessati ed entusiasti dei suoi risultati (senza però sconfinare nel deleterio: “Mio figlio è un genio!”)

A tre anni un bambino si veste da solo (e se non lo fa ancora, care mamme, è un’ottima occasione per recidere il cordone ombelicale…), ma non riuscirà probabilmente a scegliere quali vestiti mettersi; sarà perciò importante che il genitore eserciti il suo ruolo corretto selezionando, per esempio, tre magliette/camice mostrandole al bimbo in modo che questi possa confrontarle e decidere quale indossare. Una volta scelta la maglietta, sarà la volta dei pantaloncini, che il genitore avrà sapientemente scelto fra quelli abbinabili alla maglietta (così col tempo il bambino imparerà da solo il gusto dell’abbinamento); poi si passerà al maglioncino e così via.

Chiaramente dovremo dedicare un po’ più di tempo al “rito della vestizione”, rispetto al caso in cui il genitore si sostituisca al bambino scegliendo i capi per lui e magari pure impedendogli di far da sé nel vestirsi (azione molto diseducativa: ne discuteremo quando tratteremo la sostituzione, nella categoria del disconoscimento), ma nessuno su «la Catena di #Elettra» ha mai scritto che l’educazione è cosa semplice. Quindi, care mamme e cari papà, sarà necessario che prevediate nei vostri tempi mattutini qualche minuto in più per il bene psichico di vostro figlio. La fast education è come il fast food: fa schifo, anche se in qualche sporadico caso può servire; alla lunga, però, nuoce gravemente alla salute…

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Avviso alla “clientela”

13 Mag

Cari lettori, come ho scritto nelle avvertenze, su «la Catena di #Elettra» si ragiona fra persone di tutti i giorni delle cose di tutti i giorni. Qui non ci sono pediatri, pedagogisti, psicologi che devono mantenere un atteggiamento professionale di tolleranza nei confronti delle diversità di pensiero (specie quelle non rette da adeguato supporto scientifico, vedi la grottesca questione dei vaccini) e culturali (ignoranza); più prosaicamente, qui non si intende conservare a tutti i costi la “clientela”.

I lettori che apprezzano questo blog (grazie!) e il sottoscritto sono pienamente coscienti dei danni permanenti che molti, troppi genitori italiani provocano a piccoli innocenti in conseguenza di comportamenti ritenuti innocui con una superficialità che rasenta il delitto. Il “Ma figurati, che cosa vuoi che succeda se lo porto in passeggino a 5 anni!” qui non è tollerato. Chi apprezza «la Catena di #Elettra» sa perfettamente che molti italiani stanno tirando su in modo colpevolmente inconsapevole una generazione di normodotati inabili alla vita.

Qui non si fa autopromozione e non troverete l’atteggiamento accondiscendente che permea quasi tutti i blog sull’argomento (“Molti genitori preferiscono far dormire il bimbo nel lettone.” – Già, alcuni di questi, poi, preferiscono ucciderlo per soffocamento): non sono pagato per questo lavoro, non ci guadagno nulla se non parecchi insulti e la soddisfazione di far qualcosa di concreto, nel mio piccolo e nella limitatezza dei miei mezzi, per migliorare le condizioni dell’infanzia (e della società adulta) italiana; in cambio ricevo anche l’affetto dei comunque tanti lettori che condividono le mie idee sull’importanza d’interrompere i flussi di negatività, talvolta criminale, che attraversano le generazioni.

Ho scritto recentemente che mi fanno ridere (leggi: ribrezzo) quelle mamme che si stracciano le vesti contro il «femminicidio», tanto di moda ultimamente solo ed esclusivamente “grazie” ai media, ma poi non esitano a urlare e sculacciare i loro “adorati” pargoletti maschi perché “Ma che vuoi che faccia un ceffone dato al momento giusto!?” La debolezza di pensiero logico ed emotivo di queste persone e soprattutto la loro totale indisponibilità a soffermarsi su una seria riflessione mi convincono che questi individui non meritino il vostro e il mio tempo, le vostre e le mie argomentazioni. Intimamente sono convinto che personaggi di questo stampo che non leggono, se leggono non capiscono e se capiscono comunque non cambieranno mai idea, andrebbero allontanati dalle loro piccole vittime e piango per queste ultime al pensiero che né voi né io potremo far nulla per impedire tale scempio.

Albert Einstein (1879-1955)

Albert Einstein (1879-1955)

Tuttavia sono anche consapevole di un fatto altrettanto importante: molte persone riflessive e moderate che, senza intervenire della discussione, leggono le imprese di quegli scellerati si formano un’opinione decisamente ragionevole sui metodi educativi e imparano presto a individuare e mettere in pratica quelli validi. Lo testimoniano i molti messaggi che privatamente ricevo ogni giorno: ecco, queste sono le persone che mi motivano a proseguire in questo difficile cammino che, lo sospettavo, mi mette contro tanta faciloneria, tanta superficialità… in una parola purtroppo intramontabile, tanta stupidità.

I NO senza alternativa

12 Mag

Nell’articolo sulle regole abbiamo volutamente tralasciato quella più diffusa, ma spesso applicata a sproposito: il NO. Questa parolina magica e la sua fonetica perentoria costituiscono la forma più semplice di regola, il suo simbolo, l’ideogramma primario. Abbiamo ricordato che se instauriamo una regola, è essenziale farla rispettare sempre e comunque, pena la perdita del ruolo, dell’autorevolezza del genitore. Il NO (lo scrivo tutto in maiuscolo perché è uno degli strumenti educativi di base da non perdere mai di vista) non fa eccezione. Riprenderemo questo pilastro educativo in uno specifico articolo nella categoria della coerenza.

NO!Il NO è un paracarro posto in un tornante sul precipizio: va da sé che dev’essere realmente motivato (inutile ripeterlo: al di là, dev’esserci un vero pericolo fisico o psichico per il bambino), estremamente solido (cioè il genitore non deve cedere mai) e invalicabile (pena la caduta del bimbo nel baratro dell’insicurezza o del pericolo).

Tuttavia molti genitori mi fanno notare che, specie coi bimbi più piccoli, non è facile limitare i NO a un numero ragionevole e senza fastidiose, frustranti ripetizioni; a tal proposito è utile fin da subito ricordare che le serie interminabili di NO, specie se immotivate perché si riferiscono ad attività normali per il bambino (esempio classico: “Non correre!”, “Non sudare!”, “Non sporcarti!”), finiscono per passare totalmente inosservate. I NO, essendo una regola, devono seguirne le… regole: pochi, importanti e fatti sempre rispettare.

Onde evitare un inutile e controproducente moltiplicarsi d’improbabili dinieghi, ritengo quindi importante ricordare che ogni NO dovrebbe sempre offrire un’alternativa: “NO, adesso non si può guardare la TV; perché invece non fai [elencare 2-3 alternative su attività che appassionano il bimbo]?”; se il bimbo è abbastanza grande (in età scolare), è necessario aggiungere una spiegazione: “NO, in questo momento non si può uscire perché sta arrivando un temporale ed è pericoloso per i fulmini; perché piuttosto non… eccetera?” Se distraiamo il bimbo senza necessariamente ricorrere all’inganno (come faremmo se lo piazzassimo davanti alla maledetta teletatacattiva: la TV), lo coinvolgeremo positivamente, egli si dimenticherà presto dell’idea iniziale e avremo salvato capra e cavoli.

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Attenzione al linguaggio!

Come per le regole, un piccolo suggerimento sul linguaggio: specificare sempre il NO all’inizio della frase; quindi usare la forma impersonale per esprimere il divieto; infine, se il NO si riferisce a una negazione valida per un periodo limitato di tempo, aggiungere un avverbio o una locuzione che conferiscano temporaneità al divieto; molti studi sulla comunicazione concordano nell’affermare che il “non” è ignorato dal cervello; pertanto, imporre un semplice “Non uscire!” al nostro bimbo, strano ma vero, potrebbe risultare nell’interpretazione opposta: “Esci!” Questo è uno dei motivi per cui molti bimbi piccoli non ascoltano per nulla i divieti: “Non far questo!”, “Non far quello!” diventano una mera istigazione a combinar danni…

NO, adesso non si esce!” ha tre vantaggi: la frase comincia con un “NO” netto e inequivocabile; la forma impersonale non è interpretata dal bimbo come un attacco personale e quindi è digerita meglio; “adesso” fa sì che il bimbo capisca che, se la condizione cambia (ad esempio il tempo migliora), il NO potrà decadere. Attenzione all’uso della forma impersonale ché potrebbe non risultare sempre preferibile: coerenza vuole che essa non si debba adottare se uno dei familiari deve uscire malgrado il temporale (magari per andare al lavoro); il “non si deve” vale per tutti i membri della squadra-famiglia e quindi, se si prevede che qualcuno debba uscire comunque, meglio ripiegare sulla cara vecchia seconda persona singolare: “NO, adesso non puoi uscire!”

Bimbi nel lettone? No grazie!

11 Mag

Sorprende che un oscuro ingegnere senta l’esigenza di rispondere a uno dei medici più noti a livello internazionale su un argomento più prossimo a lui che a me, ma quando ce vo’, ce vo’… L’articolo incriminato, trasmessomi gentilmente dal mio twittamico Luca Primavesi (@LucaPrimavesi), che ringrazio, ha per argomento il solito bimbo nel lettone e potete leggerlo qui.

Ora, cari lettori, voi potete liberamente liquidare queste mie parole come le farneticazioni di un incompetente che pretenderebbe d’insegnare il buon senso di tutti i giorni a un luminare, ma intanto dovremmo verificare se anche l’Umberto Veronesi «padre di sette figli» non sia affetto da quell’alibi del lavoro che impedisce a molti di vivere il buon senso delle cose di tutti i giorni, almeno in famiglia…

A bomba, non sono per nulla d’accordo. Lasciar dormire il bimbo nel lettone è:

  1. pericoloso perché il genitore che si addormenta rischia di schiacciare o soffocare il piccolo, come purtroppo la cronaca c’insegna (qui, qui, qui, qui e qui). Cronaca a parte, uno studio pubblicato dal British Medical Journal il 20 maggio 2013 dimostra che i bimbi che dormono nel lettone hanno probabilità cinque volte superiore di morire di SIDS.

  2. diseducativo perché il bambino non impara fin da piccolissimo che esistono spazi privati da rispettare (e tralasciamo le conseguenze sull’intimità della coppia);

  3. dannoso perché può creare dipendenza e intimità morbosa coi genitori.

Il bambino deve dormire sempre nel suo letto e, appena possibile, nella sua stanza. Al più, quand’è piccolissimo si può pensare di sistemare il lettino a fianco della mamma, eliminando la barriera rivolta verso il lettone; attenzione però perché anche questa soluzione non è scevra di rischi: dai 5-6 mesi di vita il lattante può infatti «migrare» verso il lettone e finire ancora una volta schiacciato.

L’argomentazione secondo cui nei Paesi più poveri si dorme tutti nel lettone è interessante ma piuttosto discutibile perché difatti se ne vedono il contesto e i risultati sociali…

Inoltre non è del tutto vero che dobbiamo basarci sui nostri istinti: se siamo riservati, facciamo un piccolo sforzo e diventiamo affettuosi col bimbo (con parole e gesti) perché siamo adulti e consapevoli del fatto che il bambino è madrelingua emotivo e non possiamo proprio evitare di comunicare con nostro figlio per colpa di una nostra rimediabilissima debolezza.

GattoInfine, se proprio i genitori non resistono al morboso desiderio di un terzo «corpo caldo da coccolare nel lettone», si comprino un gatto!

Affiancamento, non gestione

8 Mag

Su Twitter sono spesso accusato di voler creare «piccoli automi» o improbabili «bimbi perfetti»; in realtà lo scopo de «la Catena di #Elettra» è esattamente l’opposto. Non è facile argomentare la complessità dell’educazione nel Letto di Procuste dei 140 caratteri; se a ciò uniamo la tendenza di molti “cari connazionali” di saltare alle conclusioni senza soffermarsi sui dettagli [1], la comprensione risulta spesso stravolta e ciò qualche volta mi obbliga a “segare” certi personaggi che tanto non cambieranno mai atteggiamento e opinione. A titolo compensativo, confido sempre molto nel buon senso dei tanti moderati che leggono le scaramucce verbali twitteriane ed “elettriche”, riflettendo in silenzio. Ne ho continua conferma dai messaggi privati che molto volentieri ricevo.

A proposito: se volete scrivere un articolo per la Catena di #Elettra, inviatemi pure un messaggio privato su Twitter a @VaeVictis: vi comunicherò volentieri la mia mail o il mio telefono; questo non è il blog di Bruno de Giusti, bensì un centro di discussioni sull’educazione e i suoi metodi universalmente consolidati e ritenuti validi (tranne in Italia e qualche altro Paese latinoide…)

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L’importanza del far da sé

Dicevo, è proprio osservando certi genitori e il comportamento dei loro figli così insicuri che ci rendiamo conto di quanto sia importante rendere autonomo e indipendente un bambino. Quanti di noi si sentono spesso frustrati perché dobbiamo iniziare un compito e rimandiamo perché “forse non ci riuscirò”, “non sarà certo facile”, “non ne ho voglia”, “ho paura di fallire” eccetera? Lavoro che poi spesso svolgiamo e terminiamo con sorprendente rapidità e successo; tuttavia iniziarlo è spesso un problema e qualche volta anche portarlo a compimento…

Perché il bambino diventi autonomo è necessario lasciare che faccia il più possibile da sé, eventualmente affiancandolo.

Perché il bambino diventi autonomo è necessario lasciare che faccia il più possibile da sé, eventualmente affiancandolo.

Voi capite bene che se non educhiamo un bambino a far da sé, a rendersi consapevole delle proprie capacità, la condizione da me evidenziata si trasformerà in un ostacolo, a volte un vero e proprio incubo, un concreto impedimento nella vita di tutti i giorni, nella famiglia, nel lavoro, nella carriera, nell’ottenimento del successo e delle soddisfazioni che rendono la nostra esistenza meritevole di esser vissuta. Anche in questo caso ci riconduciamo alla frustrazione del bambino-uomo che, “grazie” ai genitori, mai è diventato adulto e pertanto riterrà di essere “inferiore” a chi, invece, del compito (inteso come attività che deve cominciare, ha uno svolgimento e termina possibilmente con successo) avrà fatto un’abitudine, una regola di vita.

La sintesi di questo breve discorso si esprime in un importante concetto educativo: la gestione del bambino non lo renderà mai autonomo. In ogni compito che egli si trova a dover svolgere, dall’abbottonarsi la camicia al problema di matematica, il bambino non dev’essere mai “guidato”; al più “affiancato”. Per “affiancare il bambino”, si intende che il genitore deve:

  1. spiegargli con parole semplici e chiare che cosa deve fare, se non sa ancora farlo;

  2. lasciargli sperimentare l’attività senza intervenire, anche se inizialmente egli dovesse commettere errori;

  3. motivare positivamente il bambino a cominciare il compito e a condurlo sempre a termine.

La motivazione dev’essere un rinforzo positivo: ad esempio solleciteremo il bambino a cominciare l’attività perché “stai diventando grande e quindi sono sicuro che saprai svolgere benissimo questo compito da bambino grande come te!” E quando dovesse trovarsi in difficoltà, sarà pure essenziale ricordargli che “sei molto bravo perché finora hai saputo fare tutto da solo e sono certo che terminerai il compito con successo!”

Ricordiamoci che per motivare un bambino è essenziale mantenere il ruolo del genitore/educatore che è forte della consapevolezza che ogni bambino impara qualsiasi compito, se solo vi si dedica adeguatamente: la nostra voce e l’atteggiamento devono essere quelli di una persona convinta che il lavoro sarà svolto senza il minimo dubbio; è il concetto francese del “pas possible autrement”: non può essere che così!

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Esempi di compiti alla portata di un bambino

Piccolo appunto importante: ogni bambino è in grado di svolgere qualsiasi compito alla sua portata fisica e cognitiva. Con ciò intendo che, evidentemente, non potremo pretendere che sviti la ruota di un camion o risolva un’equazione differenziale (salvo casi davvero particolari), ma, credetemi, un bambino di sette anni è perfettamente in grado di:

  • raccogliere le comande di una tavolata e trasmetterle al cameriere;

  • leggere da sé e capire un intero libro di racconti, anche non necessariamente per bambini (attenzione: niente trame dell’orrore, violente o comunque inadeguate!);

  • bagnare l’orto o le piante sul balcone, anche programmandone l’irrigatore automatico;

  • prendersi cura di un piccolo animale (un coniglio, un gatto) dalla A alla Z;

  • dipingere un quadro con tecniche specifiche.

Va da sé che un bambino di due anni è perfettamente in grado di mangiare senza intervento di un adulto (prevedere un microambiente in cui egli possa sporcare e sporcarsi liberamente); a quattro anni sa vestirsi del tutto da sé; a sette anni io riparavo le prese di casa dopo aver tolto la corrente intervenendo sullo specifico interruttore di sei e guidavo una FIAT 127 in ambiente protetto… Credetemi: possono farlo davvero tutti, se davvero lo desiderano; a dodici anni un ragazzino è fisicamente e psichicamente in grado di gestire un’azienda e pilotare un aereo di linea… All’estero questi concetti non sono favole di un sognatore; da noi i bambini sono invece sempre più spesso limitati dalle ansie e dalle istruzioni dei genitori, persino nelle azioni più naturali come mangiare da sé, allacciarsi un paio di scarpe, fare i compiti, prepararsi per la notte eccetera.

Con gli esempi sopra esposti non intendo affermare che per rendere autonomi e indipendenti i nostri figli dobbiamo insegnar loro compiti da adulti, ci mancherebbe! Tutto deve venire da sé, dal bambino stesso, rispettando le sue inclinazioni e i suoi tempi. Può però accadere che alcuni mostriciattoli vogliano proprio cimentarsi in imprese specifiche, particolari, inusuali e se davvero pensiamo che possano esservi portati (cioè lo farebbero volentieri e mostrano motivazione), proviamo a lasciar loro svolgere il compito da sé, affiancandoli e vigilando sulla loro sicurezza, se necessario.

P.S. Commento di mia moglie, che italiana non è: «Certo che sembra incredibile dover scrivere cose di questo genere, che ognuno dovrebbe arrivare a capire da sé…»

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[1] Quella che definisco «Sindrome del titolo» riferendomi a chi trae conclusioni dal titolo di un articolo, invece di leggerlo.

Il carrello della spesa

21 Apr

Qualcuno di voi l’avrà sicuramente notato: su Twitter ho creato il sarcastico hashtag #IstruzioniPerlUso, dedicato agli strafalcioni più diffusi che inconsapevolmente si commettono nella lingua italiana; ecco, ritengo che esso possa tornare utile anche per segnalare certi comportamenti quotidiani che risultano del tutto diseducativi nei confronti dei nostri pargoli.

Come oggi, ogni domenica accompagno la mia vecchia madre all’Ipercoop o all’Esselunga e, al di là dello strazio di passare un paio d’ore fra il becero popolo dal quale arcerei [1] molto volentieri, mi trovo a osservare aberrazioni quantitative e qualitative nell’uso che gli umani proledotati sogliono fare del transformer consumistico più temuto dal portafogli degli Italiani: il carrello della spesa. Sappiate che, nella maggior parte dei casi, per i genitori esso costituisce:

  1. uno strumento d’insulto nei confronti del bambino;

  2. una violenza perpetrata ai suoi danni;

  3. lo specchio del proprio egoismo;

  4. una coltura epidemica.

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Lo scopo del carrello

Una bambina di 3-4 anni seduta nel carrello. La madre le comunica il messaggio: "Sei ancora una bimba di un anno, incapace di controllarti." o anche "Sono un genitore debole, incapace di imporre regole."

Una bambina di 3-4 anni seduta nel carrello. La madre le comunica il messaggio: “Sono un genitore debole, incapace di educare e imporre regole.”

Un ingegnere non può che partire dall’ingegneria. I carrelli della spesa sono quasi sempre dotati di seggiolino per bambini. Va da sé che, secondo #IstruzioniPerlUso, il seggiolino serve per accomodare un bambino che altrimenti andrebbe trasportato nel passeggino; i nostri tanto bistrattati ingegneri meccanici, quindi, insieme con gli strateghi dei centri commerciali, hanno pensato di renderci la vita più semplice in quanto, madri-polpo a parte, è più comodo girare con un carrello nelle due mani che con un carrello in una e un passeggino nell’altra.

Ora, il carrello è un sostituto del passeggino e quindi trasliamo la questione al tema successivo: capire a che cosa serve il passeggino. Esso è utilizzato in tutto il mondo civile (tranne quindi in Italia, Spagna e altri Paesi del Sudeuropa) per trasportare in sicurezza e comodità un bambino che ancora non è in grado di camminare in modo stabile e fluido. Sull'[ab]uso che i genitori italiani fanno del passeggino coi bambini dai due anni in su stendiamo per ora un velo pietoso: ci limitiamo a fare osservare che non è esattamente formativo trasportare su sedia a rotelle un bambino normodotato di quell’età e comunque approfondiremo il tema nella categoria del disconoscimento.

Torniamo al carrello, cioè al sostituto commerciale del passeggino. Il seggiolino è progettato per accomodare un bambino in tenera età, che non è in grado di deambulare correttamente; insomma o un piccolo affetto, purtroppo, da handicap fisici o mentali, oppure un pargolo che, per questioni anagrafiche (12-18 mesi), mostra un incedere ancora instabile e insicuro. Malgrado ciò, spesso il seggiolino del carrello accomoda i disturbi mentali che, chissà perché, certi genitori desiderano ardentemente trasmettere ai propri figli, e quindi a tutti noi perché, ricordiamolo, «I bambini non sono proprietà dei genitori, bensì bene pubblico», proprio come un autobus di linea o la pensione sociale. Costringere un bambino sano e capace all’immobilità, o persuaderlo con le proprie azioni di essere incapace di camminare (perché è questo il messaggio che gli si passa), è come mettere lo zucchero del carburante dell’87 o lasciare una povera vecchietta senza cibo né acqua. Insomma, un bambino di due anni è già largamente in grado di camminare da solo e trasportarlo nel seggiolino di un carrello della spesa è un insulto alla sua intelligenza e alle sue capacità.

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L’abuso del carrello

Dicevamo: il carrello è uno strumento d’insulto nei confronti del bambino. A meno che il nostro pargolo non rientri nelle categorie sopra esposte (cioè sia piccolissimo o disabile), imporre un mezzo costrittivo al bimbo limita la sua autonomia e il suo sviluppo psicofisico perché: 1) gli impedisce di esplorare da solo il mondo che lo circonda; 2) non gli permette di partecipare alle attività della squadra-famiglia; 3) gli racconta di noi che non ci fidiamo di lui; che ben sappiamo che se lo lasciassimo libero, comincerebbe a scorrazzare per gli scaffali demolendo mezzo supermercato; che lo consideriamo un bambino di un anno; che siamo genitori deboli, senza ruolo, incapaci di educare, imporre e far rispettare regole banali.

Scene diseducative come queste sono piuttosto comuni nei supermercati. L'altro signore sembra voler mostrare il proprio disappunto alla poco edificante visione.

Scene diseducative come queste sono piuttosto comuni nei supermercati. L’altro signore sembra voler mostrare il proprio disappunto alla poco edificante visione.

È una violenza perpetrata ai suoi danni. Un bimbo di quattro anni infilato nel seggiolino del carrello, o peggio ancora inserito nel carrello stesso come se questo fosse un box-giochi, è in pericolo perché il carrello non è progettato per quello scopo (per quella distribuzione di peso) e il peso del bambino, specie a carrello vuoto, può far ribaltare il tutto; nel caso del bambino nel carrello-box-giochi, è ancora peggio perché i bordi non sono sufficientemente alti e ho già potuto osservare bimbi con bozzi paurosi sulla testa, grazie ai loro genitori incoscienti.

È lo specchio del proprio egoismo perché ogni occasione di vita quotidiana vissuta insieme col bambino deve costituire un’opportunità educativa: ciò rientra precisamente nel ruolo del genitore. So bene che è molto comodo mettere il guinzaglio al bimbo perché così non correrà in giro e non toccherà tutto, vale a dire perché così non potrà essere bambino. Ma so anche che è pigrizia e miopia quella del genitore che non si sofferma a escogitare come trasformare un’attività monotona e a volte stressante come la spesa, in un’occasione educativa per il bambino.

Una bambina di 7-8 anni impesta il cesto del carrello con le suole delle scarpe e corre il rischio di farlo ribaltare procurandosi lesioni anche gravi; ma questa mamma così alla moda evidentemente non ne è consapevole... E lasciamo poi perdere il messaggio che la mamma trasmette alla ragazzina: "Tu sei ancora una bambina di un anno e mezzo!"

Una bambina di 7-8 anni impesta il cesto del carrello con le suole delle scarpe e corre il rischio di farlo ribaltare procurandosi lesioni anche gravi; ma questa mamma così alla moda evidentemente non ne è consapevole… E lasciamo poi perdere il messaggio che la genitrice trasmette alla ragazzina: “Tu sei ancora una bambina di un anno e mezzo!”

È una coltura epidemica, un vero e proprio laboratorio batteriologico. A parte il rischio-caduta-e-botta-in-testa prodotto dal tenere il bambino nel carrello a mo’ di box-giochi, tutti i supermercati raccomandano per iscritto di non usare il carrello in quel modo per questioni igieniche. Come dice il mio amico medico riminese, «Quand a truv un ba’ imbezell, al faz caghe’ mados…» Adesso non so a quanti di voi piacerebbe assaporare un innovativo cocktail di valeriana, rucola, pomodori, sale, aceto, olio, piscio, merda, terra, polvere, particolato e metalli pesanti, fra cui due simpatici protagonisti delle nostre più recondite paranoie antinucleariste: il torio e l’uranio [2].

Misura della radioattività in una miniera di uranio in Val di Susa: il contatore Geiger, posto proprio di fronte a un filone uranifero, indica valori molto elevati (valore normale: 0,27 μSv/h).

Misura della radioattività in una miniera di uranio in Val di Susa: il contatore Geiger, posto proprio di fronte a un filone uranifero, indica valori molto elevati (valore normale: 0,27 μSv/h).

Le suole dei nostri bambini, infatti, prima di contaminare il carrello dove riponiamo le nostre asettiche verdure fresche-lavate-disinfettate-con-amuchina-e-asciugate-con-estrema-cura, sono certamente passate per pavimenti di casa, giardini, marciapiedi e strade trafficate. Cari genitori poco convenzionali, se amate la insalate condite con ingredienti che celano il meglio della fisica nucleare o delle più efficaci tattiche batteriologiche volte allo sterminio della specie umana, preparatevele a casa vostra, ma evitate cortesemente di coinvolgere nell’esperimento chi non ne ha colpa… Il bello è che poi magari siete gli stessi che lavano il pavimento col napalm per eliminare, come dice quella pubblicità così eugenetica, «germi e batteri [sic!] che minacciano la sicurezza del tuo bambino!» Ecco, d’ora in poi evitiamo, eh?

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Suggerimenti per una spesa serena

Ora dopo essermi scagliato contro questa pletora di genitori limitanti e cancerogeni [3], propongo qualche idea per meglio gestire la spesa col bambino. Intanto, se cercassimo di farla diventare un gioco di squadra, ne beneficeremmo tutti: il bambino perché si divertirebbe, avrebbe la consapevolezza di contribuire da utile membro della famiglia, migliorerebbe la propria autonomia e sicurezza; il genitore perché non dovrebbe occuparsi di correre dietro al bimbo come una guardia islamica preposta a misurare le ciocche esposte delle iraniane, impiegherebbe molto meno tempo per far la spesa e assolverebbe con successo al suo ruolo di genitore.

Molti supermercati mettono a disposizione della loro piccola clientela carrellini con cui i genitori possono mettere in pratica simpatici giochi educativi che, oltretutto, tengono occupato il bimbo.

Molti supermercati mettono a disposizione della loro piccola clientela carrellini con cui i genitori possono praticare simpatici giochi educativi che, oltretutto, tengono occupato il bimbo.

Poiché ripetiamo spesso che failing to plan is planning to fail, vediamo di far nostro un principio che, credetemi, è efficacissimo e funziona sempre: pianifichiamo prima che cosa faremo dopo. Innanzi tutto presentiamo l’uscita per la spesa con entusiasmo e come un gioco in cui ognuno dovrà fare la sua parte: il genitore si siederà quindi al tavolo col bimbo, un foglio di carta e una penna; quindi redigerà la lista della spesa coinvolgendo il bambino («Dunque… che cosa manca in casa secondo te?» in modo che cominci a rendersi conto di ciò che serve a gestire una casa); infine assegnerà al bambino una propria lista (disegnata, se in età prescolare) di cui sarà interamente responsabile. Ovviamente cercheremo di semplificargli la vita con ricerche alla sua portata; eviterei, per esempio, di far procurare al figlio treenne una magnum di Philipponnat Réserve Royale… Se il bimbo è piccino (3-4 anni), si potrebbe pensare d’includere nella lista 1-2 piccoli acquisti per reparto, in modo che egli ci resti vicino lungo tutto il percorso. Al bambino più grande (7-8 anni) si può pensare di assegnare una lista di acquisti sparsi in tutto il supermercato, in modo da invogliarlo ad arrangiarsi e a capire da solo la struttura del negozio. Ricordo inoltre che molti supermercati (fra cui gli Ipercoop) mettono a disposizione dei piccoli clienti minicarrelli del tutto simili a quelli ben più grandi usati dai genitori: un’utilissima occasione per far sentire il bimbo grande, autonomo e responsabile; sfruttateli!

Le due sorelle rumene Gabriela (grande) e Natalia (piccola) rappresentano a modo loro il risultato educativo di certi tipici genitori italiani...

Le due sorelle rumene Gabriela (grande) e Natalia (piccola) rappresentano a modo loro il risultato educativo di certi tipici genitori italiani…

Credetemi, sono tutte cose che ho visto fare abitualmente in Europa (Spagna esclusa perché il genitore medio iberico, contrariamente al jamón, è ancor peggiore di quello italiano e difatti i recenti sviluppi economici lo dimostrano), nei Paesi del Medio Oriente, in Sudafrica, in America… Insomma le cose sono due: o una nuova genetica vuole che i bambini esteri siano intellettivamente più dotati dei nostri, o più probabilmente dobbiamo rivedere le nostre paranoie ed errate convinzioni che risultano in gravi limiti nello sviluppo dell’autonomia e della crescita psichica dei nostri bambini…

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[1] «Odi profanum vulgus et arceo.» Orazio, Odi, Libro III, Ode I.

[2] Escludendo la contaminazione dalle suole del bimbo incarrellato, a causa della polvere che respiriamo o si deposita sui cibi assumiamo in media ogni giorno da 0,7 a 1,1 μg di uranio!

[3] No, non ho certo timore che, insultandoli, cessino di leggermi: tanto loro mica mi leggono perché non hanno dubbi di essere nel giusto. Loro distruggono la psiche dei loro bimbi nella sicumera che “tanto sono tutte paranoie” o più semplicemente “che cazzo vuole questo qui?!?” o ancora “ma se non ha nemmeno figli?!?” Mi limito a scrivere a beneficio di quelle persone moderate e dotate di senso critico (sono tante, ma non fanno rumore), affinché riflettano e godano di ulteriori spunti educativi cui magari non avevano mai pensato.

La politica di #Elettra

20 Apr

La giornata di oggi sarà ricordata da «la Catena di #Elettra» come spunto efficacissimo per ribadire la validità dei principi qui esposti. Precisamente oggi abbiamo visto:

  1. La supplica. Bambini incapaci di risolvere una situazione in modo autonomo chiamano il papà e lo pregano di agire per conto loro.

  2. L’intrusione tra bambini. Il papà s’immischia nei litigi dei bambini invece di lasciare che essi s’aggiustino fra loro, pur restando eventualmente in osservazione. I bimbi non saranno quindi mai in grado di risolvere problemi da sé.

  3. L’attenzione al capriccio. Il papà, invece di lasciare i bimbi frignare e gestire da sé la frustrazione, interviene e risolve la faccenda. I bimbi non matureranno mai, poiché mai saranno in grado di gestire le proprie emozioni incanalandole in azioni positive.

  4. La sostituzione. Uno degli errori educativi più gravi, che porta al disconoscimento dell’individuo-bambino (ne tratteremo più avanti): «Il papà svolge il compito al posto tuo perché tanto tu non ne saresti capace.» I bambini avranno sempre meno fiducia di sé e sempre meno motivazione a svolgere i compiti assegnati.

ParlamentoOra sono certo che presto vedremo materializzarsi il quinto grave errore educativo, che ho peraltro già illustrato nell’articolo sull’intrusione: il papà, che è già intervenuto decisamente a sproposito nella querelle, non punirà tuttavia in modo equo i figli per il litigio.

Cioè, malgrado questa massa di bambini cialtroni non siano stati in grado di esprimere in cinquantaquattro giorni né un Governo né un Presidente della Repubblica, questi non prenderà la giusta decisione, che sarebbe sciogliere le camere e indire nuove elezioni.

E voi nutrireste ancora fiducia nella capacità della politica italiana di risolvere anche uno solo dei problemi che attanagliano il nostro Paese? Via…

Premi e punizioni fuori luogo

18 Apr

Immaginiamoci un mondo in cui:

  1. all’assunzione per un nuovo lavoro, ci viene corrisposto l’intero stipendio di un anno più l’eventuale bonus;

  2. dopo un anno di lavoro non abbiamo concluso nulla e ci viene corrisposto un ulteriore bonus;

  3. cambiamo lavoro e il nuovo datore ci dice subito che non ci corrisponderà lo stipendio per un anno perché tanto sa benissimo che non concluderemo nulla;

  4. dopo un anno il nostro capo ci assegna un nuovo compito senza spiegarci alcunché su come svolgerlo e anzi dandoci istruzioni del tutto fuorvianti; poi ci obbliga a portarlo a termine, sbagliamo e alla fine ci licenzia.

Come reagiremmo noi di fronte a situazioni come le quattro appena viste? Be’, probabilmente la prima parte della 2) spiega in modo eloquente la conseguenza del punto 1), no? E con tutta probabilità l’anno successivo combineremmo meno ancora… Inoltre, con quale entusiasmo affronteremo la situazione 3)? E dopo il verificarsi della 4) come ci sentiremmo?

A dispetto di decine di migliaia di generazioni, l’uomo rimane un essere che trae immensa soddisfazione dal nutrirsi dopo aver cacciato, e ricava motivazione alla caccia dalla necessità di nutrirsi; così pure la donna trae immensa soddisfazione dall’abbracciare il neonato dopo il parto ed è ben disposta ad affrontare un atto tanto doloroso considerando la grande soddisfazione successiva. Allo stesso modo, entrambi solitamente rispondono con rigetto e violenza alle soperchierie, cioè non accetterebbero mai istintivamente un’aggressione senza motivo, quale una punizione ingiusta è considerata. Va da sé che il premio e/o la punizione devono essere adeguati e seguire temporalmente l’azione per cui sono previsti.

Nei quattro punti sopra c’è quindi qualcosa che non va, vero? Be’, sappiate che contraddizioni di quel tipo si verificano quotidianamente in molte famiglie, anche se le dimensioni degli eventi non necessariamente raggiungono i livelli di sensazionalità qui sopra esposti. Vediamo alcuni esempi:

  1. poiché l’undicenne ci ha garantito che dopo farà i compiti, lo lasciamo giocare alla playstation;

  2. dopo mezz’ora, il ragazzo non si è ancora staccato e ci limitiamo a ricordargli che poi dovrà fare i compiti;

  3. un mese più tardi decidiamo di non rinnovargli l’abbonamento alla piscina perché tanto ormai sarà bocciato;

  4. una domenica mattina il papà gli chiede di aiutarlo a lavare la Mercedes nuova fiammante; durante il compito, al ragazzo cade la spugna; senza farci troppo caso, egli la raccoglie e continua il lavoro; purtroppo però, un sassolino che si era insinuato tra le fibre riga irrimediabilmente la carrozzeria. Il babbo dà dello stupido al figlio e lo punisce vietandogli per una settimana di uscire con gli amici.

Certi genitori resteranno increduli, ma posso loro garantire che situazioni di questo genere – che considero grottesche e farebbero sorridere se non producessero danni gravi nella psiche delle piccole vittime – si verificano in molte famiglie (e non solo). Si tratta di gravi errori di ruolo, perché è propria del genitore la responsabilità di educare i figli usando metodi universalmente ritenuti validi: il premio è uno strumento educativo estremamente efficace, molto più della punizione che comunque – in casi e a età specifiche – ha un suo scopo; entrambi vanno tuttavia applicati e dosati con equilibrio, intelligenza e logica.

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Le conseguenze

Ora approfondiamo le conseguenze di un premio o una punizione fuori luogo. L’undicenne non avrà alcuno stimolo a cominciare i compiti; anzi cercherà di protrarre il gioco (l’unica cosa che in quel momento gli interessa) fino a quando la mamma non gli requisirà l’oggetto, cosa che non è per nulla garantito che avvenga. Premiare un bambino prima che questi abbia svolto un compito in modo adeguato è fuorviante e diseducativo: non si ottiene lo scopo che ci si è prefissi e anzi si invoglia il bimbo a non portare per nulla a termine il compito richiesto. Il premio va corrisposto solo al termine dell’azione e solo se questa è stata svolta con adeguato successo.

La punizione non deve mai vertere su attività che per il bambino sono positive, benefiche: fare sport, praticare un’arte, visitare un centro educativo eccetera; le camerette dei nostri figli abbondano di inutilia varie ed è opportuno, semmai, privarli di una di queste: “Se non farai i compiti entro le cinque, non potrai giocare alla playstation per una settimana!” La punizione che ha per oggetto un’attività benefica ha più il sapore del ricatto che del castigo: ne parleremo nella categoria della violenza psicologica.

Come per il premio, la punizione deve avvenire solo dopo che l’attività o l’evento si sono svolti: punire l’intenzione o basarsi sulla supposizione di un probabile fallimento sa tanto di Torquemada e va contro la logica di causa-effetto. L’adulto cresciuto in tali contraddizioni non potrà che manifestare aggressività e demotivazione profonde verso qualunque attività necessaria anche se non desiderabile.

Se si vuol far svolgere al bambino un determinato compito, è necessario:

  1. che esso sia adeguato all’età e alle capacità del bimbo; inutile fargli studiare musica se per dieci anni non l’ha mai nemmeno ascoltata: non la capirà e sarà fonte di frustrazione per tutti;

  2. spiegargli nel dettaglio il compito e supervisionare il bambino in modo discreto, intervenendo amorevolmente quando commette errori-chiave (che possono metterlo in pericolo o pregiudicare radicalmente il risultato) e motivandolo se incontra difficoltà;

  3. premiarlo se il compito è riuscito in modo decente e farlo proporzionalmente alla qualità del risultato; discutere con lui se le cose non sono andate come ci si aspettava e in particolare stimolarlo a proporre nuove idee su come svolgere il compito con maggior successo la prossima volta (e per questa volta non premiarlo, bensì riconoscergli l’impegno, se c’è stato). Nel caso specifico del lavaggio dell’auto, il papà avrebbe dovuto spiegare al bimbo che la spugna dev’essere sempre perfettamente pulita e, nel caso in cui dovesse cadere a terra, è necessario sciacquarla ben bene insieme prima di ricominciare il lavoro.

Un ultimo accorgimento cui avevamo accennato quando abbiamo discusso delle regole: spieghiamo sempre al bambino con parole semplici ma in modo chiaro e preciso perché si è concesso il premio o il castigo (“Domenica andremo a Gardaland per festeggiare il tuo terzo dieci in matematica!” – “La mamma e il papà hanno deciso che non guarderai la TV per tre giorni perché hai detto alla nonna che è una stupida!”). Nel caso della punizione, al termine del periodo di “espiazione” sarà anche opportuno chiedere al bambino di ripetere a voce perché aveva subito la punizione e ricordargli con atteggiamento opportuno (cioè voce ed espressione serie) che siamo molto dispiaciuti per quello che è successo e ci auguriamo che non avvenga mai più.

L’alibi del lavoro

12 Apr

Mi sono ripromesso di scrivere di tanto in tanto articoli su argomenti correlati al percorso de «la Catena di #Elettra», anche se al di fuori della struttura logica che, da buon project manager, ho accuratamente pianificato prima di dar vita a questo blog [1]. Lo stimolo può scaturire dai commenti dei lettori, da fatti di cronaca, da osservazioni personali eccetera.

In seguito a commenti, tweet, messaggi personali e fatti della vita di tutti i giorni, ho deciso di cominciare questa sezione “capricciosa” con un argomento davvero spinoso perché porta al conflitto due responsabilità di base dell’essere umano: i figli e il lavoro; è un concetto che ho già introdotto nei primi articoli: l’alibi del lavoro ovvero quella condizione morbosa secondo cui la professione esercitata deve avere la priorità su tutto e tutti.

Laura e Bruno erano i genitori di Paolo; come già detto, lui era un artista e gli era pertanto facile trovar tempo per gestire le cose di tutti i giorni. Bruno si recava quotidianamente al parco col cane per lasciarlo sfogarsi e qui conobbe un altro padrone, un geniale psicologo con cui, mentre i cani si godevano l’agognata ora d’aria, discusse per anni della sua situazione in famiglia. Una domenica Paolo e i suoi genitori stavano pranzando al ristorante, quando Bruno si accorse che lo psicologo sedeva con la moglie proprio nel tavolo a fianco; dopo i convenevoli, il professionista si sedette vicino a Laura e, con l’arguzia che solo un grande stratega è in grado di esprimere, condusse rapidamente il discorso sui temi che a Bruno stavano così a cuore (e ancor più al piccolo Paolo, sebbene allora non ne fosse consapevole): l’assenza della moglie in carriera nell’educazione dei figli, la scarsa emotività positiva da questa manifestata, la dedizione ossessiva al lavoro.

La dialettica dell’abile professionista accompagnò ben presto Laura dallo scetticismo ideologico (“La psicologia è roba da santoni!”) a un rispettoso interesse che si trasformò in silenzio riflessivo di fronte all’inconfutabile verità che lo psicologo le prospettò in sette parole: “Signora, lei ha l’alibi del lavoro!” – intendendo, con ciò, che la professione era in realtà per Laura la scusa più efficace e socialmente convenuta per non assumersi responsabilità che le sarebbero certamente risultate più gravose di ciò che lei, ormai, gestiva sulla punta delle dita; proprio lei che non dedicava mai tempo di qualità al suo Paolo e che mai aveva voluto soffermarsi a riflettere su che cosa sono le emozioni e se fosse o meno opportuno riconoscerle e manifestarle coi figli… E poi: “Tutto ciò che lei sta perdendo ora coi suoi figli, non potrà mai più recuperarlo e un giorno si pentirà amaramente di questo; del suo lavoro non le resterà che qualche spicciolo (metafora non troppo distante dall’attuale «uomo più ricco del cimitero» del geniale Steve Jobs) e quando penserà di godersi i frutti di ciò che lei ritiene di aver prodotto, suo figlio non ci sarà più, sarà in tutt’altre faccende affaccendate, intimamente convinto che con lei, comunque, è stato un gran spreco di tempo.”

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Suggerimenti antialibi

Tutta la storia successiva dimostrò che lo scienziato aveva ragione. Cari lettori, Paolo mi raccomanda di comunicarvi che, in base alla sua esperienza emotiva e di uomo frustrato, insicuro e infelice per colpa della madre:

  • Gli orari di lavoro impossibili ogni santo giorno non esistono: nessuno potrà mai licenziare un genitore perché questi lavora secondo un orario congruo; certamente il genitore non potrà aspirare alla carriera che un impegno orario più prolungato favorirebbe, ma se questo era l’obiettivo, allora non avrebbe dovuto avere figli.

  • Le sequenze di sabati e domeniche di lavoro non esistono; l’impossibilità di pianificare almeno la metà dei tempo (in settimana e nei weekend) insieme coi figli testimonia non la dedizione al lavoro, bensì un disturbo della personalità e/o un crimine verso l’infanzia. Non sarebbe stato forse più semplice e meno dannoso non metterli al mondo?

  • Ai bambini non interessa che mamma e papà lascino un impero o anche solo un gruzzoletto, tutte cose convenzionalmente onorevoli ma precarie, effimere e che oltretutto ostacolano autonomia e autorealizzazione: a loro interessa solo ed esclusivamente l’amore, il rispetto, la coerenza e l’equilibrio di mamma e papà. Eh lo so che queste cose costano tanto, evidentemente più del sacrificio di restare qualche ora in più al lavoro, ma celano un significativo vantaggio: non sono né precarie né effimere e le si portano dentro il cuore fino all’ultimo giorno della nostra permanenza su questo atomo d’universo.

  • Tutto ciò che fa eccezione ai punti sopra esposti si configura senz’appello come alibi del lavoro ovvero l’interesse per la crescita equilibrata dei propri figli scambiato con l’ambizione e il successo personali.

Parafrasando una divertente e veritiera considerazione che si trova in rete, molti si pongono il dilemma se far carriera o aver figli, mentre è dimostrato che si possono fare entrambe le cose senza porsi domande cretine. Bastano organizzazione e buona volontà.

Pertanto, cari genitori tanto attenti (a parole) al benessere psichico dei vostri figli, vorrei aggiungere ai dolori del giovane Paolo lo sguaiato consiglio del rude project manager che ha lavorato sempre all’estero: compriamoci un buon libro di time management e facciamola finita con le solite scuse infantili ché ormai siamo grandi e grossi al punto che se non ci cospargiamo abbondantemente del deodorante dell’ipocrisia, puzziamo come caproni… Nel resto d’Europa la gente lavora 7-8 ore al giorno per cinque giorni la settimana e fa carriera lo stesso. Se la vostra non è inefficienza, allora è semplicemente piaggeria verso il vostro capo (“Eh ma il Roncoglioni è un gran lavoratore perché lo vedo sempre in ufficio!”) o più semplicemente fuga dalle responsabilità (che non si limitano all’azienda). Insomma è l’alibi del lavoro.

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[1] Failing to plan is planning to fail.

Lo scarso coinvolgimento

11 Apr

Quanti di voi dissentono sul fatto che lo stimolo più naturale e spontaneo per iniziare un’attività è l’entusiasmo? Letteralmente questa parolina magica significa qualcosa come “possessione da parte di Dio”. L’entusiasmo è quella benzina, quell’idrogeno, quell’energia nucleare che ci aiuta a superare ogni timidezza, ogni dubbio, ogni esitazione e ci lancia ad ali spiegate nei compiti più difficili.

L'entusiasmo del genitore è essenziale per coinvolgere il bambino in qualsiasi attività.

L’entusiasmo del genitore è essenziale per coinvolgere il bambino in qualsiasi attività.

L’entusiasmo è un virus estremamente contagioso e benigno. Si trasmette molto facilmente per vicinanza emotiva e siccome ormai abbiamo imparato che i bambini sono madrelingua emotivi, capiremo subito che se con l’entusiasmo è facile motivare persino un adulto, figurarsi un bambino!

Tra parentesi, avete mai provato con un cane o un gatto? Benché non sia nemmeno paragonabile a quella umana, alcuni animali denotano una logica sorprendente; ma ancor più si osserva che essi sono facilmente influenzabili dalle emozioni; è noto a molti, per esempio, che il cane finisce per riprodurre fedelmente gli atteggiamenti del padrone: se questi è triste, pure se non ostenta emozioni negative, il cane ne risentirà immediatamente. Moltiplicate questa capacità empatica per 10 e passate all’unità di misura superiore: ecco a voi – TA-DAAA! – il bambino.

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Genitore motivatore

Uno dei ruoli essenziali del genitore è proprio quello di motivatore. Il genitore che non si dedica in modo attivo, consapevole e costante alla produzione di stimoli emotivi positivi nei confronti del bambino, finisce per generare in tutta la famiglia (le emozioni si trasmettono dai giocatori all’intera squadra) noia patologica, rapporti difficili, apatia, sconforto, senso d’impotenza; ovviamente queste emozioni negative protratte nel tempo formeranno un adulto con scarse doti di socialità e, una volta ancora, infelice, incompleto, insoddisfatto di sé. Il solito prodotto dell’assenza di ruolo, insomma. Avete avuto genitori poco motivanti? Vi ritrovate anche solo parzialmente in questa sgradevole situazione? Occhio coi vostri bimbi…

Non sorprendetevi, quindi, se vostro figlio non fa i compiti volentieri quando glielo chiedete in modo impositivo o insistente: quasi mai il bambino capisce perché deve lasciare il gioco per una cosa che l’annoia. Lo stesso discorso vale per lavarsi, vestirsi, gettare la spazzatura e, insomma, per ogni attività che distoglie il bambino dall’impero generosamente concessogli da Madre Natura: il gioco.

Si noti che già quest’ultima parolina nasconde un piccolo segreto: se ci sforziamo di trasformare in gioco ogni attività richiesta al bimbo, questi si motiverà da sé e rimarremo presto sorpresi di come ciò che una volta era un generatore di sbuffi, si trasformi in un’attività in cui il piccolo dà il meglio di sé. Ho già spiegato in altro post che, per apparecchiare la tavola, si può giocare a riconoscere le stoviglie facendo ripetere al bambino il loro nome e prevedendo un piccolo premio se, alla fine, tutto sarà piazzato nell’ordine stabilito.

Tornando all’entusiasmo, ogni attività richiesta dovrà essere sempre condita da notevoli dosi di motivazione, intendendo con ciò che la nostra voce, la nostra gestualità (body language), la nostra espressione dovranno sempre mostrare voglia di fare. Il “Carlo, fa’ i compiti!” o il “Per favore aiutami a sparecchiare!” andranno pertanto sostituiti da un gran sorriso, tanta voglia di fare e un brillantissimo: “Forza, forza ché facciamo insieme un po’ di matematica!” (se il bimbo ha problemi [1] con la materia) o “Forza, forza ché se studi un po’ di matematica diventi bravissimo e poi sei libero di fare [quello che gli piace di più]!” (se sa gestirsi da solo o ignoriamo la materia) o ancora “Dai dai ché sparecchiamo insieme così mettiamo via tutto in pochissimo tempo e poi possiamo [fare qualche gioco divertente]!” Credetemi, funziona e anche a breve termine.

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I compiti di scuola

A proposito di compiti e scuola; poiché motivare un bambino a studiare o fare i compiti è di solito il problema numero uno di ogni buon genitore, suggerisco a chi ha figli in età prescolare qualche accorgimento da adottare fin da subito:

  1. MAI parlare della scuola in termini negativi! Le frasi come: “Quando andrai a scuola ti metteranno in riga!” fanno sì che nella testa del bambino di 4-5 anni si formi naturalmente il pregiudizio che la scuola è una riedizione di Mauthausen in chiave moderna.

  2. Della scuola e delle maestre si deve sempre e solo parlare in termini positivi, anche se non dovessero piacerci per qualsivoglia motivo (semmai poi le si prendono in separata sede e si sottopongono loro i nostri dubbi). È molto importante creare aspettative entusiasmanti, anticipare al bimbo della materna che [accendete il generatore di entusiasmo!] “L’anno prossimo sarai già un bambino grande e andrai a scuola, che è un posto bellissimo dove si conoscono tanti nuovi amici e s’imparano tante cose interessantissime…” – condendo il tutto con esempi specifici su argomenti che il bambino adora – “…come gli animali preistorici!”

  3. Rispondere sempre ai perché del bambino anche se siamo stanchi o ci paiono domande insistenti, inutili e banali: voi lo sapete da sempre, ma per lui è tutta una scoperta. È essenziale sollecitargli ragionamenti logici (utilizzando domande aperte: che cosa…? quali…? come…?), inducendogli nuove domande cui continueremo incessantemente a rispondere; il tutto va condito con tanto entusiasmo e se dovessimo ignorare una risposta: “Questo la mamma non lo sa; andiamo insieme a prendere un libro (o su internet) e cerchiamolo!” La ricetta appena esposta integra il punto 2) precedente perché una volta soddisfatte le curiosità del piccolo potremo aggiungere in modo bonariamente subdolo ma sicuramente efficace: “Ecco, a scuola s’imparano tutte queste cose interessanti e potrai trovar risposta a ogni tuo perché.” Quando sarete stufi di rispondere o semplicemente avrete altro da fare, diteglielo serenamente (“Ora il papà deve andare a vestirsi…”) e suggerite un’alternativa (…perché non vai un po’ in camera tua a [fare un bel disegno, giocare con quello che gli piace, leggere un argomento che gli interessa]?” Ma con entusiasmo!!!

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[1] Attenzione a non sostituirsi al bambino nei compiti; a tal proposito dedicherò un articolo nella categoria del disconoscimento. Il genitore può certamente affiancare il figlio in una materia in cui questi non riesce particolarmente bene, ma deve limitarsi a motivarlo a ragionare da sé o a concedergli piccoli suggerimenti teorici; se sbaglia e non ci si sente sufficientemente sicuri delle proprie doti di supplente, è d’obbligo lasciare che sia la maestra a correggerlo: ognuno ha il proprio ruolo.