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La violenza verbale

28 Mag

Questo articolo costituiva un corpo unico insieme con quello sulla violenza; li ho separati per una maggior facilità di lettura.

Un articolo sulla violenza verbale andrebbe annoverato fra quelli sulla violenza psicologica in genere, ma essendo l’«urlo» il metodo violento più usato dai genitori italiani, preferisco trattarlo a parte. Non andrò per le lunghe perché non serve.

Soffermiamoci a riflettere sui messaggi che inviamo al bambino quando adottiamo un tono aggressivo, [1] alziamo la voce per farci «obbedire», urliamo la nostra rabbia nei suoi confronti o addirittura ricorriamo alle minacce:

  1. Il bambino non ci ascolterà perché, come ormai si è scritto alla nausea, egli è madrelingua emotivo e quindi l’emozione della rabbia sarà per lui sovrastante sul contenuto della frase urlata.

  2. Egli imparerà che per ottenere qualcosa, bisognerà sopraffare l’altro con urli e minacce; tanto più urgente/importante sarà la richiesta per il bambino, tanto più intensamente egli dovrà agire: se non dovesse raggiungere subito lo scopo, il bimbo ci metterà quindi ben poco a passare dalla violenza verbale a quella fisica.

  3. Agli occhi del bambino appariremo come individui svuotati di ruolo, autoritari e senza autorevolezza; persone di cui egli non si può fidare. Non ci mostreremo come il più bravo papà del mondo, la migliore mamma dell’universo, bensì come persone deboli, incapaci di gestire la situazione.

Se anche il punto 1) dovesse convincerlo a svolgere il compito richiesto, il bambino lo farà solo a causa di una temibile autorità, non certo grazie alla nostra autorevolezza. Questa si costruisce nel tempo solo ed esclusivamente basandosi su quelli che amo ricordare come i cinque pilastri dell’educazione: coerenza (e quindi buon esempio), rispetto, equilibrio, dialogo e amore. Non ci sarà bisogno di «obbedire» [2] di fronte all’autorevolezza: tutto avverrà spontaneamente. All’autorità, invece, il bambino imparerà a reagire confrontandosi con altrettanta violenza, oppure chiudendosi in se stesso, macinando la frustrazione nel suo piccolo mondo; a quel punto, e in ogni caso, non solo il bimbo non svolgerà più alcun compito, ma non riusciremo nemmeno più a comunicare con lui.

Alla prossima occasione, il bambino si guarderà bene dal comunicarci un problema o un disagio perché egli temerà che noi lo inondiamo di nuovo di tanta emozione negativa. Va da sé che un bimbo sensibile moltiplicherà gli effetti di tale stato psichico e lascio al senso critico del lettore immaginarne le conseguenze.

Se poi il piccolo non dovesse temere la nostra reazione perché d’indole tenace, comunque non verrà da noi perché avrà perso fiducia, proprio come illustro nel punto 3). Anzi, probabilmente ci deriderà, rispondendoci a tono e, come in una sfida al più forte (visto che il genitore che urla è manifestamente debole e quindi si lascerà trascinare), saggerà i confini di un limite molto labile e dinamico, portando la tensione a punti di rottura sempre più elevati. Ora, rileggendo il punto 2), riuscite a immaginarvi che mostro corriamo il rischio di creare anche solo partendo da un tono di voce «un po’ aggressivo»?

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Ogni tanto può capitare?

E non voglio sentire ragioni come «Ah ma se succede una volta ogni tanto, magari perché ti tira fuori dalle grazie d’Iddio, non è poi così grave!» Ogni forma di violenza, verbale, psicologica o fisica è grave, sempre e comunque, anche se si manifesta una volta sola. Una frase espressa in modo violento in una situazione di particolare fragilità emotiva del bambino può condurre a conseguenze gravi, costituire un vero e proprio trauma. Non siamo troppo sicuri di conoscere nostro figlio e di sapere quando «è meglio evitare»: i bambini sono estremamente abili nella comunicazione emotiva: oltre a interpretare senza esitazione i messaggi «nascosti» che ricevono, sanno celare molto bene certi disagi anche al genitore stesso (ciò, come abbiamo visto, vale a maggior ragione se questi lascia trapelare debolezza di ruolo concedendosi a sfoghi di aggressività). Se così non fosse, non si capirebbe come mai molti genitori scoprono che il proprio figlio subisce abusi, soltanto quando ormai le conseguenze sono devastanti.

Quindi, cari genitori, desidero che la lettura di questo articolo costituisca un punto di svolta: da questo momento, essendo persone mature e responsabili, siamo consapevoli che l’urlo si usa solo negli stadi o in situazioni di reale emergenza; se col nostro bambino ci siamo lasciati un po’ andare, da adesso in poi sono certo che in ogni situazione, anche la più stressante, manterremo con lui un dialogo dal contenuto emotivo equilibrato.

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[1] Attenzione: aggressivo, non severo. Un tono severo, sacrosanto in certe situazioni (come nelle punizioni o quando mostriamo insoddisfazione per un comportamento inadeguato del bambino), impone amorevole serietà nell’espressione facciale e nella voce. Quindi evitiamo di apparire nazistoidi, ma evitiamo pure di metterci a ridere o anche solo di sorridere: basta una serena autoconvinzione che “Quella cosa non s’ha da fare: per me è del tutto inconcepibile!” (che poi è il pas possible autrement dei genitori francesi).

[2] Dare ordini e obbedire sono locuzioni verbali più adatte all’ambito militare o fra cane e padrone. La comunicazione fra genitore e figlio deve sempre avvenire per dialogo: questo (lo scrivo per quelli che “Ah ma quanto lassismo!”) non significa che in certe situazioni il genitore non debba imporre un determinato compito al bimbo. È una mera questione di forma, non di contenuto.

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