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Passeggino o sedia a rotelle?

12 Giu

Nell’articolo sul Carrello della Spesa ho anticipato (leggi: minacciato) che avrei affrontato la questione del passeggino che un po’ troppi genitori italiani sembrano trasformare in “sedia a rotelle”, disabilitando così l’autonomia dei propri figli non più piccolissimi e inviando “un messaggio piuttosto fastidioso a quelli che purtroppo sono veri disabili“. [1] Ho tuttavia dovuto prima concludere un breve sondaggio ad hoc sugli usi e costumi di mamme e papà nostrani in tema di trasporto dei propri pargoli. Tale rilevamento mi è servito a comprendere meglio la dimensione di un fenomeno tutto italiano (è un modo di dire: in realtà, limitandoci all’Europa, è almeno anche un caso spagnolo), che influisce negativamente sull’autonomia dei più piccoli. Ora lo condivido con voi, assieme ad alcune riflessioni.

L’idea del sondaggio mi è venuta in mente durante l’ultimo viaggio in Romania, un Paese in cui, almeno nelle regioni di Transilvania e Moldova, ho potuto osservare comportamenti davvero virtuosi da parte dei genitori locali nei confronti dei bambini (tutti i bambini, non solo i propri figli): sono amorevoli ma non stucchevoli; li proteggono [2] ma non li ossessionano con le loro paranoie; li rendono rapidamente autonomi ma senza abbandonarli a se stessi. Insomma in Romania da sempre osservo una cultura pedagogica positiva, spontanea, omogenea, diffusa trasversalmente in ogni ceto; tanti anni fa collaborai a un mini-club di un villaggio turistico internazionale: ecco, trovo che l’atteggiamento dei Rumeni verso i bambini sia molto simile a quello francese, da me già citato più volte come modello virtuoso in un Paese sviluppato.

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L’uso del passeggino in Romania ed Europa

La mia cognatina Szonia

La mia cognatina Szonia

Quando raccontai alle mie due cognatine rumene di 10 e 13 anni che molti genitori italiani portano bambini di 4-5 anni nei passeggini, esse, manifestando uno stupore che dovrebbe mettere in allarme le mamme e i papà nostrani, mi proposero di valutare la distribuzione anagrafica dei bambini rumeni nei passeggini e, con grande entusiasmo, mi aiutarono nel compito (due volte educativo, a quanto pare).

La mia cognatina Natalia

La mia cognatina Natalia

Il risultato fu sorprendente: su 100 bambini, 100 (tutti!) mostravano al massimo 12-14 mesi: nelle zone in cui Natalia e Szonia mi aiutarono nella pur dilettantesca operazione statistica, in pratica, sembra che nessun genitore rumeno trasporti nel passeggino bambini in grado di camminare da sé; perciò in Romania il passeggino è considerato come un mero ausilio che permette al genitore di portare comodamente il piccolo con sé quando questi non è ancora in grado di camminare.

Avendo lavorato 13 anni in Europa, mi sento ragionevolmente sicuro di affermare che la situazione rumena è del tutto analoga a quella del resto del continente, fatta una palese eccezione per la Spagna, dove troppo spesso ho potuto osservare bambini in “sedia a rotelle” persino in età scolare!

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L’uso del passeggino in Italia

Tornato in Italia dal viaggio rumeno, mi sono dilettato a sondare la situazione locale ed ecco che cosa ho scoperto.

Distribuzione per fasce d'età dei bambini osservati nei passeggini.

Distribuzione per fasce d’età dei bambini osservati nei passeggini.

Qualche nota metodologica:

  1. Questi numeri non hanno valore statistico perché il campione è esiguo, però aiutano a farsi un’idea e, fra l’altro, suggeriscono che bisognerebbe procedere a un sondaggio approfondito e statisticamente più significativo.

  2. In verde, l'area rumena in cui abbiamo condotto il sondaggio sull'uso del passeggino.

    In verde, l’area rumena in cui abbiamo condotto il sondaggio sull’uso del passeggino.

    Le osservazioni sono state condotte dal 1° maggio al 2 giugno 2013 in varie cittadine delle regioni rumene di Transilvania e Moldova, nonché in alcune località del Norditalia, fra cui Milano, Borgomanero e Orta San Giulio (NO), Como, Cittadella (PD).

  3. L’età dei bambini è stata determinata in modo esclusivamente euristico: nessuno di noi l’ha espressamente chiesta ai genitori; c’è però da dire che tutti noi (Natalia e Szonia comprese) abbiamo avuto a che fare con tanti bambini e siamo in grado di determinarne a grandi linee l’età, almeno per gli scopi che un sondaggio amatoriale si prefigge.

  4. I valori dell’età sono ovviamente indicativi; in particolare, per “Meno di 1 anno” intendo un campione di bambini che mostrano meno di 12-15 mesi, cioè probabilmente non ancora in grado di camminare in modo sicuro.

  5. Le osservazioni si riferiscono a bambini seduti nei passeggini, non a quelli in culla o comunque sdraiati.

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Considerazioni sull’abuso del passeggino

In Romania sembra impossibile osservare nei passeggini bambini in grado di camminare autonomamente.

In Romania sembra impossibile osservare nei passeggini bambini in grado di camminare autonomamente.

Come ho specificato, questi dati non hanno rilevanza statistica, ma, in un contesto “di tutti i giorni” e non specialistico come quello de «la Catena di #Elettra», sono utili per avviare qualche ragionamento. Abbiamo visto che in Romania (e in quasi tutt’Europa) ai bambini viene tolto il passeggino non appena essi siano in grado di camminare stabilmente e in modo sicuro: ho potuto spesso osservare e ammirare l’amorevole dedizione e pazienza di quei genitori, che evidentemente dedicano tempo di qualità adeguato ai bisogni educativi della propria prole.

Se consideriamo che in media i bambini vengono posti seduti sul passeggino intorno ai sei mesi d’età, è chiaro che il campione osservato di 36 bambini italiani di meno di un anno va pesato per metà di un anno, così come i campioni che si riferiscono a due anni consecutivi vanno pesati per due anni. Qualche breve calcolo porta alla seguente distribuzione che rappresenta, per ogni fascia d’età dei bimbi, quanti genitori decidono di smettere di trasportarli nel passeggino.

Percentuali di genitori che decidono di togliere il passeggino ai propri figli, distribuite per fasce d'età.

Percentuali di genitori che decidono di togliere il passeggino ai propri figli, distribuite per fasce d’età.

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Conseguenze dell’abuso del passeggino

Prima di commentare i dati, vorrei esprimere qualche considerazione sul passeggino, un ausilio che, se adoperato in modo improprio, può produrre conseguenze gravi sullo sviluppo psicofisico del bambino. Chi ha letto l’articolo sul Carrello della Spesa avrà già un’idea abbastanza chiara di una parte di esse; di seguito cito due passaggi significativi, adattandoli al contesto.

Il passeggino è uno strumento d’insulto nei confronti del bambino. A meno che il nostro pargolo non rientri nelle categorie per le quali tale strumento è certamente idoneo (cioè sia piccolissimo o, purtroppo, disabile), imporre un mezzo costrittivo al bimbo limita la sua autonomia e il suo sviluppo psicofisico perché: 1) gli impedisce di esplorare da solo il mondo che lo circonda; 2) non gli permette di partecipare alle attività della squadra-famiglia; 3) gli racconta di noi che non ci fidiamo di lui; che ben sappiamo che se lo lasciassimo libero, comincerebbe a scorrazzare a destra e a manca; leggi: tenderebbe a comportarsi come un bambino normale; che lo consideriamo un bambino di un anno; che siamo genitori deboli, incapaci di educare: sta difatti a noi e al nostro ruolo – non al passeggino! – educare il bimbo a rispettare regole di base, come quella di non allontanarsi in modo pericoloso e incontrollato; 4) Se poi il bimbo ha addirittura 4-5 anni, il passeggino lo rende ridicolo agli occhi degli altri bambini: il genitore mostra così davvero scarso rispetto per il proprio figlio.

È lo specchio del proprio egoismo perché ogni occasione di vita quotidiana vissuta insieme col bambino deve costituire un’opportunità educativa: anche questo principio rientra nel ruolo del genitore. So bene che è molto comodo mettere il guinzaglio al bimbo perché così non correrà in giro, non toccherà tutto e non necessiterà del nostro fermo intervento in caso di pericolo (cioè, come ho scritto sopra, perché così non potrà essere bambino). Ma so anche che è pigrizia e miopia quella del genitore che non si sofferma a escogitare come trasformare una passeggiata di piacere o di necessità in un’occasione educativa per il bambino. È pigrizia e miopia quella del genitore che, per propria comodità, non concede i giusti tempi al bambino perché questi possa far da sé ed esplorare il mondo in modo diretto e guidato dalla propria curiosità.

A questi due passaggi aggiungo un punto importante: il bambino cui non è permesso di camminare con le proprie gambe diventa presto irrequieto, infelice (perché il movimento è una potente valvola di sfogo) oppure semplicemente pigro e quindi più facilmente obeso; cioè il genitore che non educa il figlio a muoversi al più presto con il solo ausilio delle proprie gambe finisce quasi sempre per esporlo a frustrazione e/o a rischi a lungo termine per la sua salute. Si può persino affermare che, in alcuni casi, il genitore prepara la morte precoce del figlio: il sovrappeso e l’obesità, lo ricordo, causano patologie gravi come quelle cardiovascolari, il diabete e il cancro, oltre a vari disturbi fisici e psicologici.

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Analisi dei risultati

Torniamo ai dati. Dai numeri dell’ultima tabella deduciamo quindi che:

  • Fortunatamente, [3] la maggior parte dei genitori italiani denotano un comportamento virtuoso per quel che riguarda l’autonomia dei propri figli, quando questa si vuole esprimere attraverso l’uso di uno strumento – il passeggino – che tale autonomia inevitabilmente limita. Insomma, il 60% dei genitori italiani adoperano il passeggino per quel che è: un utile ausilio per chi ha bambini non ancora in grado di camminare; non appena essi sono sicuri sulle loro gambe, il passeggino viene riposto in cantina. Chiamerò questi genitori “virtuosi” o di classe A.

  • Più di un genitore italiano su quattro (27%) limita moderatamente l’autonomia dei propri piccoli imponendo il passeggino per qualche tempo dopo che essi hanno cominciato a camminare. Come abbiamo visto, esistono comportamenti più virtuosi, certamente in questi genitori è più intenso il bisogno della propria comodità, ma non mi sento di ritenere che possano causare danno ai propri piccoli, specie se questo è l’unico comportamento “meno virtuoso” che essi mettono in pratica. Diciamo che sono genitori di classe B.

  • Un bambino italiano di 3-4 anni nel passeggino: la situazione è oltretutto ridicola perché non ci sta proprio!

    Un bambino italiano di 3-4 anni nel passeggino: la situazione è oltretutto ridicola perché non ci sta proprio!

    Tredici genitori su cento manifestano comportamenti poco virtuosi e probabilmente inficiano l’autonomia dei propri piccoli, specie se, alla forzatura del passeggino, affiancano ulteriori atteggiamenti di sostituzione (il genitore si sostituisce al bambino). Sospetto che ciò ineluttabilmente accada, perché l’uso del passeggino a danno di bambini di 3-5 anni è spesso spia di scarsa consapevolezza dell’importanza del rendere autonomi i figli, o peggio è segno del bisogno patologico da parte del genitore di sentirsi importante, riconosciuto, perché altri dipendono da lui.

  • Bambina di almeno 4 anni (forse 5?) in passeggino; con questo gesto, i genitori le stanno comunicando: "Sei soltanto una bambina di un anno."

    Bambina di almeno 4 anni (forse 5?) in passeggino; con questo gesto, i genitori le stanno comunicando: “Sei soltanto una bambina di un anno.”

    Dei tredici qui sopra, nove (poco meno di uno su dieci) sono genitori disabilitanti (nel senso che non abilitano l’autonomia naturalmente richiesta dal bambino: classe C) e quattro (un genitore su 25) sono fortemente disabilitanti (classe D): si tratta d’inconsapevolezza (ignoranza) del danno che stanno producendo o, in qualche caso, di questioni meramente patologiche che il genitore (e forse a questo punto anche il figlio) dovrebbe affrontare con l’ausilio di un professionista. Un bambino normodotato di 4-5 anni nel passeggino costituisce una visione oggettivamente disturbante nonché ridicola (il più delle volte non ci sta nemmeno dentro) e, per il bene del bimbo, invito a farlo notare al genitore, così come faccio spesso io.

Aggiungo un’informazione “collaterale” ma significativa: avvicinandoci ai bambini nelle situazioni espresse dalle classi C e, ancor più, D, spesso ho osservato evidenti carenze di linguaggio e comportamenti ascrivibili a bimbi molto più piccoli. La situazione-tipo è il bambino di 4 anni nel passeggino, col biberon in mano e la faccia scazzata, che si esprime con un linguaggio poco più avanzato della lallazione. Credetemi, cazzo: sono bambini del tutto normali e intelligenti, ma mantenuti piccoli da genitori che fan loro credere di avere ancora un anno!!!

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Come s’inquadra in #Elettra l’abuso del passeggino

Ho introdotto la classificazione A-D non perché essa racchiuda un qualche valore scientifico o giudizio etico, bensì perché ritengo che possa tornare utile nella categoria del disconoscimento che sto per affrontare. L’uso inadeguato del passeggino è chiaramente un comportamento disconoscente nei confronti del bambino, nel senso che non gli riconosce l’autonomia che il genitore deve gradualmente concedere al bimbo in certe attività naturali, non appena questi è in grado di gestirle da sé (es. camminare). Più precisamente si tratta di un comportamento sostitutivo (il genitore fa per conto del bimbo qualcosa che dovrebbe lasciar fare a lui): presto affronteremo in dettaglio questi errori educativi che si prefigurano come un vero e proprio insulto a uno dei cinque pilastri educativi: il rispetto [del bambino come individuo autonomo e diverso da noi].

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[1] Commento sarcastico di un mio conoscente disabile in carrozzella.

[2] La società rumena, come molte comunità del Centro-Nordeuropa, vigila spontaneamente sui bambini; sono molti i piccoli che circolano da soli o a piccoli gruppi per le cittadine rumene, così come avviene in Svizzera, Germania eccetera, e come avveniva da noi una trentina d’anni fa (altro spunto riflessivo sulla situazione dell’autonomia dei bimbi italiani). In caso di pericolo, chiunque interviene senza remore per difendere l’incolumità dei bambini; ciò in Romania è oltretutto essenziale, visto il significativo numero di rapimenti che affligge il Paese.

[3] L’osservazione costituisce per me un sollievo perché personalmente ero convinto che i genitori “virtuosi” fossero una minoranza o comunque in numero inferiore rispetto a quello prodotto dal sondaggio. A tal proposito, è utile condurre simili rilevamenti perché la nostra mente è spesso meno oggettiva di ciò che i numeri dicono. Il fatto è che si tende a osservare più spontaneamente una condizione che noi consideriamo degna di attenzione (in quanto, in questo caso, negativa). Ciò spiega anche perché molte persone sono convinte di vedere dappertutto, per esempio, il proprio «numero fortunato»: semplicemente tendono a osservare maggiormente proprio quel numero. 😉

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L’abbandono nelle decisioni

17 Mag

Siamo giunti all’ultimo articolo sull’argomento degli errori di ruolo, fra quelli pianificati fin dall’inizio de «la Catena di #Elettra»; tuttavia, se dovessero sorgere altri spunti personali o da parte di voi, cari lettori, sarò lieto di aggiungerli in seguito.

Generalmente il bambino mostra, rispetto a noi adulti, qualche difficoltà in più a decidersi. Se gli proponete un armadio pieno di magliette e lo invitate a scegliere, spesso passerà minuti interi a capire che cosa indossare e più facilmente ripiegherà su un capo a portata di mano, uno a caso, o a ciò che mette più spesso. Perché? Semplice! Perché il bambino è abitudinario: egli trova nelle regole e nella regolarità dello svolgimento delle azioni quotidiane il suo più potente ansiolitico. Una decisione è invece un momento di crisi (il significato letterale di questo termine in greco è, appunto, “decisione”) perché la necessità di una scelta rompe il pacifico flusso delle cose di sempre.

Abbiamo visto negli articoli precedenti quanto è importante che il genitore eserciti il suo ruolo, affiancando (non guidando!) il bambino nei momenti di difficoltà, per esempio quando non vuole o non riesce a svolgere un compito; il genitore dovrà quindi facilitare anche un esercizio arduo (lo è spesso per un adulto, figurarsi per un bambino) come scegliere.

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L’imbarazzo della scelta

Alcuni di noi si trovano in difficoltà persino davanti a una decisione semplice come valutare il giusto paio di scarpe o un breve itinerario fra due. Forse ciò avviene proprio perché i nostri genitori, un po’ carenti di ruolo, non ci hanno aiutato a costruire gradualmente quella sicurezza in noi stessi, quella consapevolezza delle nostre capacità, necessarie per svolgere persino le cose più semplici di tutti i giorni. Repetita iuvant: il ruolo del genitore, e la sua corretta messa in pratica, sono fondamentali per rinforzare il carattere e quindi il benessere del bambino che poi sarà adulto. Affiancare (non guidare!) il bambino nelle decisioni è un’occasione estremamente positiva per esercitare il ruolo del genitore.

Affiancare, come ormai sappiamo bene, non significa guidare il bambino o sostituirsi a lui; in questo contesto, non significa decidere per lui. Affiancare significa rendere un compito più agevole dal punto di vista emotivo, prima ancora che pratico. Così, per esempio, sarà importante motivare positivamente nostra figlia se, dopo un intero anno di danza (attività da lei scelta e che l’ha sempre appassionata), sarà titubante a presentarsi al saggio finale (grazie a Cristiana Calilli, @100per100mamma, per lo spunto); rinforzeremo emotivamente la nostra bambina ricordandole i successi fin lì ottenuti, quanto è migliorata, ed esprimendole complimenti sinceri ed entusiasti. Sarà anche importante cercar di capire il motivo che porta il nostro bambino a fermarsi di fronte a una difficoltà leggermente superiore: forse la prossima volta cercheremo di rinforzare i comportamenti positivi di nostro figlio lungo tutto il percorso dell’esercizio. Nel caso della danza, quindi, forse l’anno prossimo dovremo dialogare di più con nostra figlia quando torna da lezione, mostrandoci regolarmente interessati ed entusiasti dei suoi risultati (senza però sconfinare nel deleterio: “Mio figlio è un genio!”)

A tre anni un bambino si veste da solo (e se non lo fa ancora, care mamme, è un’ottima occasione per recidere il cordone ombelicale…), ma non riuscirà probabilmente a scegliere quali vestiti mettersi; sarà perciò importante che il genitore eserciti il suo ruolo corretto selezionando, per esempio, tre magliette/camice mostrandole al bimbo in modo che questi possa confrontarle e decidere quale indossare. Una volta scelta la maglietta, sarà la volta dei pantaloncini, che il genitore avrà sapientemente scelto fra quelli abbinabili alla maglietta (così col tempo il bambino imparerà da solo il gusto dell’abbinamento); poi si passerà al maglioncino e così via.

Chiaramente dovremo dedicare un po’ più di tempo al “rito della vestizione”, rispetto al caso in cui il genitore si sostituisca al bambino scegliendo i capi per lui e magari pure impedendogli di far da sé nel vestirsi (azione molto diseducativa: ne discuteremo quando tratteremo la sostituzione, nella categoria del disconoscimento), ma nessuno su «la Catena di #Elettra» ha mai scritto che l’educazione è cosa semplice. Quindi, care mamme e cari papà, sarà necessario che prevediate nei vostri tempi mattutini qualche minuto in più per il bene psichico di vostro figlio. La fast education è come il fast food: fa schifo, anche se in qualche sporadico caso può servire; alla lunga, però, nuoce gravemente alla salute…

Bimbi nel lettone? No grazie!

11 Mag

Sorprende che un oscuro ingegnere senta l’esigenza di rispondere a uno dei medici più noti a livello internazionale su un argomento più prossimo a lui che a me, ma quando ce vo’, ce vo’… L’articolo incriminato, trasmessomi gentilmente dal mio twittamico Luca Primavesi (@LucaPrimavesi), che ringrazio, ha per argomento il solito bimbo nel lettone e potete leggerlo qui.

Ora, cari lettori, voi potete liberamente liquidare queste mie parole come le farneticazioni di un incompetente che pretenderebbe d’insegnare il buon senso di tutti i giorni a un luminare, ma intanto dovremmo verificare se anche l’Umberto Veronesi «padre di sette figli» non sia affetto da quell’alibi del lavoro che impedisce a molti di vivere il buon senso delle cose di tutti i giorni, almeno in famiglia…

A bomba, non sono per nulla d’accordo. Lasciar dormire il bimbo nel lettone è:

  1. pericoloso perché il genitore che si addormenta rischia di schiacciare o soffocare il piccolo, come purtroppo la cronaca c’insegna (qui, qui, qui, qui e qui). Cronaca a parte, uno studio pubblicato dal British Medical Journal il 20 maggio 2013 dimostra che i bimbi che dormono nel lettone hanno probabilità cinque volte superiore di morire di SIDS.

  2. diseducativo perché il bambino non impara fin da piccolissimo che esistono spazi privati da rispettare (e tralasciamo le conseguenze sull’intimità della coppia);

  3. dannoso perché può creare dipendenza e intimità morbosa coi genitori.

Il bambino deve dormire sempre nel suo letto e, appena possibile, nella sua stanza. Al più, quand’è piccolissimo si può pensare di sistemare il lettino a fianco della mamma, eliminando la barriera rivolta verso il lettone; attenzione però perché anche questa soluzione non è scevra di rischi: dai 5-6 mesi di vita il lattante può infatti «migrare» verso il lettone e finire ancora una volta schiacciato.

L’argomentazione secondo cui nei Paesi più poveri si dorme tutti nel lettone è interessante ma piuttosto discutibile perché difatti se ne vedono il contesto e i risultati sociali…

Inoltre non è del tutto vero che dobbiamo basarci sui nostri istinti: se siamo riservati, facciamo un piccolo sforzo e diventiamo affettuosi col bimbo (con parole e gesti) perché siamo adulti e consapevoli del fatto che il bambino è madrelingua emotivo e non possiamo proprio evitare di comunicare con nostro figlio per colpa di una nostra rimediabilissima debolezza.

GattoInfine, se proprio i genitori non resistono al morboso desiderio di un terzo «corpo caldo da coccolare nel lettone», si comprino un gatto!

Affiancamento, non gestione

8 Mag

Su Twitter sono spesso accusato di voler creare «piccoli automi» o improbabili «bimbi perfetti»; in realtà lo scopo de «la Catena di #Elettra» è esattamente l’opposto. Non è facile argomentare la complessità dell’educazione nel Letto di Procuste dei 140 caratteri; se a ciò uniamo la tendenza di molti “cari connazionali” di saltare alle conclusioni senza soffermarsi sui dettagli [1], la comprensione risulta spesso stravolta e ciò qualche volta mi obbliga a “segare” certi personaggi che tanto non cambieranno mai atteggiamento e opinione. A titolo compensativo, confido sempre molto nel buon senso dei tanti moderati che leggono le scaramucce verbali twitteriane ed “elettriche”, riflettendo in silenzio. Ne ho continua conferma dai messaggi privati che molto volentieri ricevo.

A proposito: se volete scrivere un articolo per la Catena di #Elettra, inviatemi pure un messaggio privato su Twitter a @VaeVictis: vi comunicherò volentieri la mia mail o il mio telefono; questo non è il blog di Bruno de Giusti, bensì un centro di discussioni sull’educazione e i suoi metodi universalmente consolidati e ritenuti validi (tranne in Italia e qualche altro Paese latinoide…)

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L’importanza del far da sé

Dicevo, è proprio osservando certi genitori e il comportamento dei loro figli così insicuri che ci rendiamo conto di quanto sia importante rendere autonomo e indipendente un bambino. Quanti di noi si sentono spesso frustrati perché dobbiamo iniziare un compito e rimandiamo perché “forse non ci riuscirò”, “non sarà certo facile”, “non ne ho voglia”, “ho paura di fallire” eccetera? Lavoro che poi spesso svolgiamo e terminiamo con sorprendente rapidità e successo; tuttavia iniziarlo è spesso un problema e qualche volta anche portarlo a compimento…

Perché il bambino diventi autonomo è necessario lasciare che faccia il più possibile da sé, eventualmente affiancandolo.

Perché il bambino diventi autonomo è necessario lasciare che faccia il più possibile da sé, eventualmente affiancandolo.

Voi capite bene che se non educhiamo un bambino a far da sé, a rendersi consapevole delle proprie capacità, la condizione da me evidenziata si trasformerà in un ostacolo, a volte un vero e proprio incubo, un concreto impedimento nella vita di tutti i giorni, nella famiglia, nel lavoro, nella carriera, nell’ottenimento del successo e delle soddisfazioni che rendono la nostra esistenza meritevole di esser vissuta. Anche in questo caso ci riconduciamo alla frustrazione del bambino-uomo che, “grazie” ai genitori, mai è diventato adulto e pertanto riterrà di essere “inferiore” a chi, invece, del compito (inteso come attività che deve cominciare, ha uno svolgimento e termina possibilmente con successo) avrà fatto un’abitudine, una regola di vita.

La sintesi di questo breve discorso si esprime in un importante concetto educativo: la gestione del bambino non lo renderà mai autonomo. In ogni compito che egli si trova a dover svolgere, dall’abbottonarsi la camicia al problema di matematica, il bambino non dev’essere mai “guidato”; al più “affiancato”. Per “affiancare il bambino”, si intende che il genitore deve:

  1. spiegargli con parole semplici e chiare che cosa deve fare, se non sa ancora farlo;

  2. lasciargli sperimentare l’attività senza intervenire, anche se inizialmente egli dovesse commettere errori;

  3. motivare positivamente il bambino a cominciare il compito e a condurlo sempre a termine.

La motivazione dev’essere un rinforzo positivo: ad esempio solleciteremo il bambino a cominciare l’attività perché “stai diventando grande e quindi sono sicuro che saprai svolgere benissimo questo compito da bambino grande come te!” E quando dovesse trovarsi in difficoltà, sarà pure essenziale ricordargli che “sei molto bravo perché finora hai saputo fare tutto da solo e sono certo che terminerai il compito con successo!”

Ricordiamoci che per motivare un bambino è essenziale mantenere il ruolo del genitore/educatore che è forte della consapevolezza che ogni bambino impara qualsiasi compito, se solo vi si dedica adeguatamente: la nostra voce e l’atteggiamento devono essere quelli di una persona convinta che il lavoro sarà svolto senza il minimo dubbio; è il concetto francese del “pas possible autrement”: non può essere che così!

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Esempi di compiti alla portata di un bambino

Piccolo appunto importante: ogni bambino è in grado di svolgere qualsiasi compito alla sua portata fisica e cognitiva. Con ciò intendo che, evidentemente, non potremo pretendere che sviti la ruota di un camion o risolva un’equazione differenziale (salvo casi davvero particolari), ma, credetemi, un bambino di sette anni è perfettamente in grado di:

  • raccogliere le comande di una tavolata e trasmetterle al cameriere;

  • leggere da sé e capire un intero libro di racconti, anche non necessariamente per bambini (attenzione: niente trame dell’orrore, violente o comunque inadeguate!);

  • bagnare l’orto o le piante sul balcone, anche programmandone l’irrigatore automatico;

  • prendersi cura di un piccolo animale (un coniglio, un gatto) dalla A alla Z;

  • dipingere un quadro con tecniche specifiche.

Va da sé che un bambino di due anni è perfettamente in grado di mangiare senza intervento di un adulto (prevedere un microambiente in cui egli possa sporcare e sporcarsi liberamente); a quattro anni sa vestirsi del tutto da sé; a sette anni io riparavo le prese di casa dopo aver tolto la corrente intervenendo sullo specifico interruttore di sei e guidavo una FIAT 127 in ambiente protetto… Credetemi: possono farlo davvero tutti, se davvero lo desiderano; a dodici anni un ragazzino è fisicamente e psichicamente in grado di gestire un’azienda e pilotare un aereo di linea… All’estero questi concetti non sono favole di un sognatore; da noi i bambini sono invece sempre più spesso limitati dalle ansie e dalle istruzioni dei genitori, persino nelle azioni più naturali come mangiare da sé, allacciarsi un paio di scarpe, fare i compiti, prepararsi per la notte eccetera.

Con gli esempi sopra esposti non intendo affermare che per rendere autonomi e indipendenti i nostri figli dobbiamo insegnar loro compiti da adulti, ci mancherebbe! Tutto deve venire da sé, dal bambino stesso, rispettando le sue inclinazioni e i suoi tempi. Può però accadere che alcuni mostriciattoli vogliano proprio cimentarsi in imprese specifiche, particolari, inusuali e se davvero pensiamo che possano esservi portati (cioè lo farebbero volentieri e mostrano motivazione), proviamo a lasciar loro svolgere il compito da sé, affiancandoli e vigilando sulla loro sicurezza, se necessario.

P.S. Commento di mia moglie, che italiana non è: «Certo che sembra incredibile dover scrivere cose di questo genere, che ognuno dovrebbe arrivare a capire da sé…»

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[1] Quella che definisco «Sindrome del titolo» riferendomi a chi trae conclusioni dal titolo di un articolo, invece di leggerlo.