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L’illusione dello stampino: più figli, stesso metodo

18 Nov

Questo articolo lo scriverete voi perché – diciamolo – mi sono pure un po’ rotto di dire sempre le stesse cose…

Dice: «Ah, guarda: co’ figli va a fortuna! Micuggino (che poi è lo stesso che rallegra questo blog ridente) ce n’ha tre: uno bravo bravo, uno normale e l’altro un criminale; non puoi mai sapere…»

Ora voi che avete studiato #Elettra – e soprattutto avete capito quello che avete letto – spiegate cortesemente a me e ai lettori che cosa non va in questo ragionamento (ovvero qual è il più plausibile errore educativo de sucuggino).

Suggerimento per i diversamente studiosi.

Forza, scrivete nei commenti. 🙂

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Diversamente uguali: i gemelli

14 Gen

Non è un caso che per quest’articolo abbia scelto un titolo che si riferisce a un’espressione utilizzata quando abbiamo a che fare con gli handicap. Molto spesso, infatti, i gemelli sono vittime di comportamenti del tutto sbagliati da parte della società e, cosa ancor più grave, dei loro stessi genitori. Così, spesso uno dei gemelli o entrambi soffrono di una specie di «handicap indotto» procurato da chi li circonda, per il solo fatto di assomigliare fra loro in modo sorprendente.

Apparentemente uguali, ma in realtà due persone completamente diverse, queste due gemelle mostrano un tipico errore educativo: sapete determinare quale? 🙂

Quante volte osserviamo gemelli vestiti uguali? Quante volte notiamo che i loro genitori offrono all’uno esattamente quello che propongono all’altro? “Cara, che ne dici d’iscrivere Mario e Luigi a karate/Anna e Laura a danza”? La società stessa sembra entusiasmarsi al cospetto di due gemelli vestiti allo stesso modo e che, specie da piccoli, mostrano comportamenti simili. Manco fossero un fenomeno da baraccone (studiare la scienza, studiare)! E sembra del tutto naturale, normale, ovvio, offrire a entrambi le stesse scelte, le stesse proposte, gli stessi regali eccetera.

Purtroppo il comportamento che la società e molti genitori tengono nei confronti dei gemelli mostra che ci basiamo solo sull’esteriorità, che siamo superficiali, che non approfondiamo la conoscenza degli individui con cui entriamo in contatto.

Molte volte sono stato trattato con scetticismo (leggi: superficialità) per il mio lavoro di questo blog; per esempio mi sono sentito dire che la pedagogia “non vale sempre”, che “non esistono regole per tutti” eccetera; emblematico è il discorso dei due gemelli, i cui genitori si erano comportati in modo “giusto” e “allo stesso modo” con entrambi, ma che hanno mostrato, crescendo, comportamenti estremamente diversi: uno aveva avuto grande successo nella vita, mentre l’altro era diventato un disadattato o addirittura un mezzo delinquente. Tralasciamo per il momento il fatto che ciò effettivamente avviene anche tra figli non gemelli: in un prossimo capitolo affronteremo il tema.

Se non ci limitassimo a leggere l’indice di un testo di pedagogia, scopriremmo che essa sottolinea che ogni bambino, ogni individuo, è diverso; in nessun testo di pedagogia è scritto che ciò non vale per i gemelli; così questi sono da considerare due persone distinte, con diversi gusti, interessi, atteggiamenti, malgrado il destino abbia deciso di farli apparire uguali agli occhi del superficiale. C’è da dire che qualche genitore più diligente lo nota fin da subito e assume atteggiamenti, comportamenti, e stili educativi che si adattano alle esigenze ben diverse di ogni gemello. Altri preferiscono sorprendersi di fronte all’apparenza, e la somiglianza diventa quindi un handicap per un figlio o per entrambi.

Cercherò di spiegare con un esempio matematico perché un genitore non deve considerare i due gemelli uguali e pertanto non deve comportarsi allo stesso modo con loro.

Siano x e y due gemelli, ed f il genitore. Come abbiamo imparato dalla pedagogia, x e y sono due persone diverse, anche se si somigliano moltissimo. Pertanto, uno dei due, diciamo x, mostrerà ben presto un comportamento più aperto, accattivante, superficialmente attraente rispetto al fratello y; è del tutto inevitabile che ciò avvenga fra due persone: osservandole attentamente, scopriremo che sempre una è, anche solo di poco, più “simpatica” dell’altra.

Il figlio x attirerà necessariamente l’attenzione del genitore poco attento, più di quanto non faccia il figlio y; probabilmente x diventerà presto in grado di ottenere più facilmente quello che vuole, rispetto a y. Così un bel giorno x, appassionato di calcio, convincerà il genitore f a iscriverlo a una squadra. Il genitore f, persona giusta e che offre a tutti pari opportunità, iscriverà entrambi all’attività sportiva. Il figlio y, che con tutta probabilità si lascerà trascinare da x, parteciperà inizialmente al gioco con entusiasmo, non tanto perché appassionato, quanto perché l’ego di un bambino lo porta a voler dimostrare d’essere bravo come gli altri (“Perché lui sì e io no?”)

Purtroppo però, non tutti sono bravi allo stesso modo nelle stesse cose e quindi in breve termine osserveremo x diventare un campione, mentre y cadrà in frustrazione o perché non sarà portato per il calcio, o perché non vi sarà portato come il fratello. Spero di aver chiarito dove voglio andare a parare: nel lungo termine, x diventerà, agli occhi della società superficiale e persino dei genitori, “bello, figo e intelligente”, mentre l’altro sarà confinato al titolo di fratello sfigato; dove si può arrivare, è stato spiegato molte volte in questo blog: col tempo, e senza i necessari interventi, la situazione divergerà fino a ottenere un individuo di successo e un fallito; eppure il «giusto genitore» aveva offerto pari opportunità ed era stato, a suo insindacabile giudizio, equo con entrambi; salvo considerare che essere equi significa sì fornire pari opportunità, ma rispettando le esigenze di ognuno. Se offro un corso di musica a un piccolo Mozart e a chi non ha il minimo orecchio, non sto offrendo «pari opportunità»; sto semplicemente mettendomi in pace coi miei sensi di colpa. Poi ci si sente giustificati dall’esternare apparenti Verità quali: “Vedi che esiste il libero arbitrio?” “Vedi che ci sono quelli che nascono bravi e quelli che nascono meno bravi?” «Meno bravo» in cosa?! In arrampicarsi sugli alberi se sei un pesce?

In definitiva, col tempo y sarà diventato un riflesso del fratello x, filtrato dall’imbecillità del genitore f. E quindi abbiamo:

y = f (x)

C.V.D.

Se solo il genitore avesse approfondito gli interessi di y, oggi f non si troverebbe ad aver a che fare con un figlio funzione dell’altro. Magari f avrebbe scoperto che y adora la musica e avrebbe più volentieri seguìto un corso di pianoforte…

A questo punto spero di aver sensibilizzato i genitori di gemelli sull’importanza di:

  • Vestire i figli in modo diverso, almeno nei colori; chiedere a ognuno quali sono quelli preferiti, sottolineando la regola secondo cui “ci si veste in modo diverso perché siamo persone diverse”.

  • Approfondire gli interessi di ognuno, facendo attenzione ai capricci: y tenderà infatti ad “andar dietro”, a scopiazzare i gusti del fratello x dominante; è una cosa del tutto naturale. Sarà pertanto necessario non fermarsi alla superficialità, capire i reali interessi di ognuno (chiedere, chiedere, chiedere: comunicare!) e proporre scelte diverse.

  • Tenere in conto le differenti sensibilità: con un gemello si potrà parlare più direttamente che con l’altro; con uno bisognerà essere più delicati; insomma trattiamo i nostri gemelli come se fossero diversi come un bambino di due anni e una ragazzina di tredici, tanto per capirsi.

Il disconoscimento

25 Giu

Questo articolo costituiva un corpo unico insieme con quello sul rispetto; li ho separati per una maggior facilità di lettura.

Siamo finalmente all’articolo che introduce l’ultimo argomento de «la Catena di #Elettra», così come da pianificazione iniziale del lavoro. Perché proprio in coda? Perché qui tratterò questioni varie e piuttosto complesse, «metodi» posti in atto da molti genitori in modo sottile e inconsapevole: molte azioni “disconoscitive” discendono infatti da malsane tradizioni, usi, da un’obsoleta e deleteria cultura del sopruso scambiata per autorevolezza; parole e gesti cui siamo abituati e di cui non ci percepiamo l’effetto distruttivo. Si pensi ad esempio all’«Io sono tuo padre e quindi tu mi rispetti!” Un’affermazione che addirittura si configura come “Sorpresa di #Elettra”: l’essere padre, di per sé (cioè messa da parte ogni questione etica o religiosa), non comporta una sterile pretesa di rispetto; l’essere buon padre, invece, implica una doverosa rivendicazione di reciprocità. Ritengo che sia stato necessario percorrere i primi quattro argomenti del blog per affrontare in modo più agevole una materia certamente meno immediata.

Che cosa intendo per disconoscimento [1] del bambino? Direi il contrario del riconoscimento come individuo indipendente; è l’incapacità di considerarlo diverso da me, con le sue idee, il suo carattere, le sue emozioni, le sue inclinazioni, i suoi spazi, i suoi tempi… Se dico a mio figlio: “Sei triste? Eh lo so, ti capisco perché a volte capita anche a me. Posso chiederti qual è il motivo?” riconosco una sua situazione emotiva, rendendomene partecipe; se invece uso un più sbrigativo: “Sei triste? Passerà!” compio un’azione di disconoscimento nei confronti delle emozioni di mio figlio, il quale penserà che nessuno lo capisce oppure che lui vale poco come persona perché i suoi genitori gli dedichino la giusta attenzione.

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Conseguenze del disconoscimento

Ovviamente, essendo una forma subdola di violenza psicologica, il disconoscimento è pericoloso (difficile individuarlo nelle nostre azioni, specie se siamo abitudinari) e potenzialmente distruttivo: l’individuo che lo subisce si autoconvincerà di valere poco, di essere inutile, incapace di raggiungere qualsiasi obiettivo; oppure penserà di dover “fare di più” per meritare l’attenzione dei genitori… Insomma, a seconda del carattere diventerà nevrotico, irrequieto, depresso, debole, narcisista, istrionico, aggressivo… Certamente non sarà un adulto sereno ed equilibrato.

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Una storia di disconoscimento

Ma torniamo per un attimo a uno degli articoli introduttivi de «la Catena di #Elettra». Paolo aveva subìto disconoscimento da parte di sua madre durante tutta l’infanzia e l’adolescenza. Sebbene egli fosse in grado d’imparare in breve tempo a svolgere bene qualsiasi compito, la mania materna di voler controllare tutto e tutti l’aveva represso: “Tu questo non lo fai perché me ne occupo io!” – “Tu stai zitto perché sei il più piccolo in casa!” – “Lascia quella bottiglia in frigo: vengo io a prenderla perché tu la rompi!” – “Guai a te se tocchi i miei libri!” e via dicendo. Purtroppo Paolo è diventato un adulto insicuro, nevrotico, isterico, eterno numero due, incapace di assumersi responsabilità in modo stabile, abile nel cominciare cento compiti ma non finirne uno…

Cari amici, vi rivolgo un ennesimo invito: se vi ritrovate in alcune delle condizioni caratteriali del povero Paolo, o se cercate spesso l’attenzione e la stima degli altri, per il bene dei vostri figli approfondite la faccenda e analizzate il comportamento dei vostri genitori: è probabile che abbiano a loro insaputa (lo spero!) applicato disconoscimento e che voi stiate inconsapevolmente «riciclando» lo stile coi vostri bambini; vedremo insieme quali sono le “tecniche disconoscitive” più diffuse in questo e nei prossimi articoli.

Molte sono le manifestazioni pratiche del disconoscimento; la prima che mi viene in mente si esprime nello scarso rispetto del bambino inteso come individuo indipendente da noi, ma ne esistono altre: l’incapacità di considerare i figli come individui diversi fra loro; l’eccesso di protezione; il manifesto disinteresse; voler mantenerli bimbi piccoli; svolgere per loro compiti che sarebbero benissimo in grado di gestir da sé; stabilire fra di loro criteri di priorità in base all’età, al sesso, alle capacità; metterli in competizione fra di loro; impedire loro di manifestarsi come bambini… In questo articolo tratteremo il primo dei punti elencati.

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[1] In psicologia il «disconoscimento» si esprime col termine scientifico di squalificazione, come cortesemente mi fa notare l’amico di Twitter dott. Emilio Toma (@emiliotoma).

Il rispetto

25 Giu

Questo articolo costituiva un corpo unico insieme con quello sul disconoscimento; li ho separati per una maggior facilità di lettura.

Il rispetto non si pretende: si guadagna. Una volta guadagnato, il rispetto si può (anzi si deve) esigere. “Tu sei mio figlio e quindi mi rispetti!” non può funzionare se il genitore non rispetta per primo il figlio e altri (classicamente, l’altro genitore) di fronte a lui: è una questione di coerenza fra la pretesa del genitore e l’esempio che egli dà.

La carenza di rispetto è la prima e più diffusa forma di disconoscimento; essa s’insinua principalmente nella comunicazione verbale, ma non disdegna l’atteggiamento: una parolina, un gesto sbagliato (come un segno d’impazienza) sono facilmente interpretati dalla mente logica del piccolo come disconoscimento (“Valgo poco perché faccio fatica a capire ciò che papà vuole da me e lui si scoccia!”)

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Un rispetto a sette facce

Sono almeno sette i punti da tenere ben presenti quando ci rivolgiamo al bambino o ad altre persone in sua presenza.

1. L’individuo. Come ho già scritto diverse volte, un figlio non è un nostro prolungamento, una replica di noi in piccolo. Ogni bambino (così come ogni persona) è un individuo pensante indipendente, diverso da noi e da chiunque altro, gemello monozigota incluso. Se non rispettiamo nostro figlio in quanto individuo, otterremo lo stesso risultato che col nostro collega o con lo sconosciuto che incontriamo per strada; anzi, peggio: lo sconosciuto potrà anche mandarci a quel paese dimenticandosi di noi; nostro figlio, invece, sarà obbligato a vivere i prossimi anni in un ambiente disconoscente. Non è una piacevole prospettiva; voi come vi sentireste? Quindi il famoso «BRRR! Che freddo, mettiti il maglione!» non si configura solo come sorpresa, bensì come mancanza di rispetto nei confronti dell’individuo; precisamente sto dicendo al bambino: «Tu non sei una persona!» Immaginarsi l’effetto su di un essere che sta pian piano prendendo consapevolezza di sé…

2. Le inclinazioni. Poiché è un individuo pensante indipendente, il bambino avrà le sue inclinazioni (interessi, passioni): a voi piacerà tanto Battisti, la saggistica e il pallone, ma magari lui prediligerà Beethoven, l’astronomia e il disegno. Se lo prendete in giro perché “I tuoi amici giocano a calcio in oratorio mentre tu stai qui a pasticciare fogli!” [1] non rendete onore prima di tutto alla vostra stessa intelligenza… Incuriositevi delle sue passioni; mostrate attenzione verso i suoi interessi: potreste voi stessi scoprire qualcosa che non avreste mai immaginato essere tanto stimolante.

Il disconoscimento delle inclinazioni è davvero pericoloso. Attenzione, per esempio, a prendere in giro i gay di fronte a vostro figlio o vostra figlia di 9 anni. In molti [pre]adolescenti l’omosessualità si manifesta in modo transitorio (con l’amico/l’amica del cuore) e solo una minoranza rimane omosessuale in seguito. Nel 2013 d.C. dovremmo avere imparato che l’omosessualità non è una devianza o una malattia, perciò prepariamoci per tempo: cerchiamo di non mettere i nostri figli nelle condizioni di vivere uno dei periodi più complessi della loro esistenza in un ambiente che si è palesato ostile fin dall’infanzia; tanto, se vostro figlio resterà omosessuale, non potrete certo cambiarlo voi col vostro atteggiamento di rifiuto…

3. Le idee. Le inclinazioni, alimentate dalla logica e dalla fantasia del bambino, producono idee proprie, originali, che non necessariamente coincidono con le nostre o con quelle comunemente ritenute valide: se non le capiamo o non le condividiamo, possiamo anche dirglielo (il confronto moderato è comunque educativo), ma manteniamo sempre un atteggiamento di distacco ed equilibrio. Se il bimbo disegna gli alberi blu, possiamo chiedergli perché secondo lui l’albero ha il tronco e le foglie blu, buttando lì un delicato «Che strano: non avevo mai visto un albero col tronco blu!», ma prepariamoci a sorprenderci del fatto che egli ci fornirà una risposta del tutto logica sul perché, secondo lui, quell’albero ha il tronco blu! Ci accorgeremo che ci sarà sfuggito proprio quel particolare che avrebbe giustificato una scelta per noi così anomala!

È essenziale rispettare le idee del bambino perché così egli si sentirà libero di dar spazio alla sperimentazione e alla fantasia in un ambiente aperto e sereno, di “specializzarsi” in qualcosa che gli riesce facile; tutto ciò che, poi, in un adulto diventerà il motore dell’innovazione e del successo. Anzi, cerchiamo di affiancarlo e motivarlo a fare quello che gli piace e che sa davvero fare bene. In caso contrario, rischiamo di creare un adulto “quadrato” e “standard” (oltreché infelice perché annoiato e noioso), incapace di distinguersi dalla massa per qualcosa di particolare; in un mondo sempre più competitivo e complesso, questo non lo aiuterà ad affrontare la dura realtà. Meglio poi un tornitore sereno e innamorato del suo lavoro, che un economista ricco ma frustrato.

4. Guai poi a non rispettare le emozioni del bambino. Un modo semplicissimo ed efficace per fargli capire che teniamo a ciò che prova, è di verbalizzarle, partecipandole. Se lo vediamo triste, chiediamogli: “Mi sembra che tu sia triste; anche a me ogni tanto succede. Posso chiederti perché?” Se lo vediamo particolarmente allegro, riconosciamogli: “Ti vedo particolarmente felice e ciò rende contentissimo anche me!” In questo modo gli faremo capire che gli siamo sempre vicini dal punto di vista emotivo (cioè che parliamo abbastanza bene la sua lingua) e che ciò che egli prova (specie se sgradevole) è cosa che succede un po’ a tutti: non è lui l’unica pecora nera a sperimentare lo sconforto.

Ricordiamoci che è importante anche rispettare le sue emozioni verso terzi. Se un amico gli sta particolarmente a cuore, facciamoci vedere amichevoli o perlomeno rispettosi (se proprio l’amico non ci piace) anche nei suoi confronti; se non lo facessimo, il bambino potrebbe perdere fiducia nelle nostre capacità di capirlo e l’amico potrebbe sostituirsi al genitore nel compito; insomma, se volessimo allontanare l’amico da nostro figlio (perché abbiamo fondati motivi che egli possa danneggiarlo), sarebbe proprio la strategia più sbagliata… Ciò è particolarmente pericoloso durante l’adolescenza, quando più forte è il desiderio (del tutto naturale, anzi, benefico) del ragazzino di crearsi una matrice di riferimenti esterni alla famiglia. Ricordiamoci che il metodo più efficace è il dialogo; solo col dialogo capiremo qual è il modo migliore per risolvere un eventuale problema: il conflitto e il confronto non portano da nessuna parte.

5. Ognuno ha e deve avere i propri spazi. Noi rispetteremo quelli del bambino (ad esempio, decideremo assieme a lui come disporre le cose nella sua cameretta) e pretenderemo che egli rispetti i nostri (per esempio, che non entri in bagno quando ci siamo noi, che non esiga di dormire con noi nel lettone). Inoltre richiederemo che egli rispetti gli spazi degli altri membri della famiglia: se ogni fratello ha una cameretta, la regola più logica sarà: “Si entra nella cameretta altrui soltanto chiedendo prima il permesso”. L’educazione al rispetto degli spazi è essenziale: quanta gente invadente e fastidiosa troviamo nella vita di tutti i giorni? Il genitore che non educa a questa regola d’oro non assolve al dovere civico di educare il figlio a vivere in una società libera. Nel momento in cui il nostro figlio divenuto adulto invaderà gli spazi altrui, avrà limitato l’altrui libertà come fanno i dittatori; è chiaro che se è pure tendenzialmente aggressivo, potrebbe costituire un vero e proprio pericolo per la società. Difficilmente diventa ladro chi ha assoluto rispetto per gli spazi altrui…

6. Allo stesso modo degli spazi, dovremo rispettare i suoi tempi. Sebbene i bambini ragionino in modo più rapido degli adulti, generalmente agiscono (e si esprimono) più lentamente, specie se sono molto piccoli. Si pensi al caso della mamma che usa il passeggino con suo figlio di tre anni perché «ho poco tempo da perdere!»: la condizione ideale vuole che ogni attività pianificata preveda tempi più lunghi del “normale”; così, se ci si reca al supermercato in 10 minuti, accompagnando un bimbo di due anni ne serviranno 20 o 30, ma questo tempo sarà sempre ripagato dalla soddisfazione di veder crescere il proprio figlio in grande autonomia e serenità. Se quindi a noi servono 20 minuti dalla sveglia alla partenza, coi bambini servirà probabilmente un’ora; mai forzare eccessivamente i tempi: si trasmette nervosismo e si perde un’occasione educativa d’oro!

7. Infine rispetteremo i modi. Nessun bambino, specie le prime volte, svolge un’attività con la cura e la perfezione di un adulto (incluso il parlare). Se avremo convinto nostro figlio al «gioco» di apparecchiare la tavola, lasciamoglielo fare con un po’ di disordine: l’importante, all’inizio, è che il bambino svolga l’attività; col tempo, imparerà anche a compierla a regola d’arte. Quando è proprio piccolo, predisponiamogli un ambiente che possa sporcare liberamente (tappetino in terra, un po’ distante dalla tovaglia, bavaglino), ma lasciamogli usare da solo il cucchiaio per mangiare: le prime volte il cibo volerà un po’ dappertutto, ma il bambino prenderà rapidamente confidenza con lo strumento e già prima dei 2 anni sarà in grado di mangiare da solo in modo ordinato. Se storpia le parole, noi riproporremo la stessa frase in modo corretto, magari sotto forma di domanda, ma non facciamogli capire che lo stiamo correggendo: tanto, alla lunga, imparerà la forma corretta per imitazione. A un “Voio apa!” risponderemo “Vuoi dell’acqua? Eccola qui!” oppure “Se avrei fame mangerei!” – “Eh certo! Anch’io se avessi fame mangerei!” Regola d’oro: se il bambino non sperimenta da sé, non impara.

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Conseguenze della carenza di rispetto

Fallire in uno dei sette punti sopra elencati costituisce modello negativo e quindi non dovremo stupirci, per esempio, se nostro figlio si farà un baffo delle idee altrui quando noi siamo i primi a non rispettare quelle del bambino o di altri di fronte a lui. Inoltre, vivere una realtà in cui il rispetto è scarso genera nel bambino, e quindi nel successivo adulto, la convinzione di valere poco (ignavia, depressione), oppure di non saper farsi rispettare (ansia, insicurezza), o ancora che il rispetto si ottiene solo con la forza e la teatralità (aggressività, narcisismo, istrionismo).

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Pretendere un rispetto guadagnato

Se e solo se avremo rispettato i punti sopra, allora, dovremo anche pretendere rispetto. Soltanto in quella condizione le eventuali piccole punizioni saranno vissute dal bambino come il risultato di una propria manchevolezza. Soltanto allora il bambino, dopo aver gestito la frustrazione del rimprovero, capirà di aver sbagliato e non si sentirà vittima di una «giustizia» illogica e incoerente. Se io non rispetto gli spazi del bambino, come posso punirlo se continuerà a entrare in bagno quando avremo ospiti a casa? “Perché papà può farlo e io no?” si chiederà. Se derido mio figlio perché si occupa di cose che considero di poco conto e lui scoppia in lacrime di rabbia, che logica vi sarà nell’eventuale mia punizione? È un po’ come chi affama il cane e poi lo punisce perché ruba la bistecca dal tavolo della cucina…

Su, non abbiamo forse abbastanza esempi di scarso rispetto nella vita di tutti i giorni? Non è forse giunto il momento di fare qualcosa di concreto per cambiare le cose?

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[1] Ricordo personalmente i miei fratelli maggiori quando avevo 15 anni: “Stai qui ad ascoltare Bach invece di scoparti una diversa ogni sera!” Notare che la morosa ce l’avevo e me la trombavo pure! Ma essendo io tendenzialmente risk-averse, durava già allora anni…