La supplica

4 Apr

Dopo aver affrontato un argomento corposo e complesso come il ruolo, ritengo che sia giunto il momento di passare a esempi pratici e significativi di comportamenti che comunque minano la credibilità del genitore.

Mi capita spesso di osservare mamme e papà che, disperati di fronte al diniego della piccola peste, si profondono in lamentose suppliche il cui stile non appare poi molto diverso da quello di certi furbi mendicanti che incontriamo quotidianamente sui nostri passi: “Faaate-la-carìììta-a-una-pooovera-madre-con-ciiinque-fiiili-piiicoli!” (e la Mercedes ultimo modello attaccata alla roulotte).

Esempio di modesta dimora costruita in Romania con le elemosine a beneficio dei ciiinque fiiili piiicoli.

Esempio di modesta dimora costruita in Romania con le elemosine a beneficio dei ciiinque fiiili piiicoli (foto personale).

Ecco, sappiate che, di fronte a scene cariche di tal pathos, la reazione del piccolo non sarà certamente diversa da quella che noi stessi con tutta probabilità esprimeremmo. Il bambino che, lo ricordo, è madrelingua emotivo, percepisce subito la debolezza dell’argomentazione e in particolare di chi la produce, e si regola di conseguenza (cioè non ci dà retta). C’è chi della supplica fa un sistema educativo: attenzione perché le conseguenze sul bambino (poi adulto) saranno sempre e inevitabilmente pari a quelle che scaturiscono dalla carenza di ruolo. Così, a seconda del carattere del piccolo, alcuni diverranno noiosi, patetici, evitabili; altri più determinati finiranno per far propria l’arte manipolatoria per usarla innanzi tutto proprio contro gli stessi genitori e quindi a danno della società.

Perciò sforziamoci di abolire dal nostro patrimonio di tecnica comunicativa i seguenti lamenti:

  • «Dai, Venanziuccio mio, fa’ i compiti per far piacere alla mammina dolce, pucci pucci kitty kitty…»

  • «Ma insomma, Clotildella cara, perché non mi aiuti a preparare la tavola, a me, che ti voglio tanto tanto tanto, ma tanto bene?»

  • «Giorgino, ti prego, quando sei con la nonna (paterna), versale la candeggina nella bottiglia del vino bianco; dai, fa’ il bravo, amore, ché la mamma non si sente molto bene e ha tanto, tanto bisogno del tuo aiuto per sopprimerla, eh?, cicci?»

_____________

Bambino o Dio?

Il «ti prego» rivolto a un bambino, invece che a Dio, non farà sentire il minimo primo molto diverso dal Sommo Secondo e quindi invito caldamente a evitare simili atteggiamenti che col ruolo del genitore hanno ben poco di compatibile (è un eufemismo); e poi, vi avviso, rischiate di trovarvi in casa un estenuante mendicante in miniatura (oltretutto senza Mercedes né modesta dimora), di quelli che, alla prima occasione, “Maaaammaaaa, ti preeeeegooooo, daaaaaai, ti preeeeegoooo” eccetera…

«Mamma, ti pregooo!» La supplica è una tecnica abusata dai genitori e ovviamente i piccoli imparano...

«Mamma, ti pregooo!» La supplica è una tecnica abusata dai genitori e ovviamente i piccoli imparano…

Suggerirei di esprimere le richieste di svolgere un compito, in modo innanzi tutto coerente con l’esempio; cioè è inutile chiedere al bimbo di aver rispetto del gatto, se per primi si tende a centrifugarlo. Poi, sì a calma e dolcezza, ma senza fronzoli, versetti, «titti titti» eccetera, robe che persino il criceto penserebbe che lo consideriamo un idiota… Svolgere uno specifico compito, ad esempio aiutare ad apparecchiare, non è dal punto di vista formale un gioco e il bambino deve capirlo già dal tono della voce che esplicita la richiesta; dopodiché nulla vieterà (anzi è d’obbligo farlo!) di rendere il lavoro divertente e motivante, ad esempio giocando a ripetere i nomi delle stoviglie o proponendo un piccolo premio se il bimbo le posiziona nel modo corretto.

Ora vi confido un segreto su una tecnica comunicativa spesso efficace, non solo coi più piccoli: essa usa la forma interrogativa, la prima persona plurale e l’avverbio “insieme”: “Marco, che ne dici se apparecchiamo la tavola insieme?” E, dopo un accenno d’aiuto, lo si lascia continuare da sé complimentandosi con lui perché «Sai già fare bene tante cose da solo!» Provare per credere…

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10 Risposte to “La supplica”

  1. giulia 4 aprile 2013 a 11:05 #

    Più leggo i tuoi articoli e più mi rendo conto di quanti errori i faccia giornalmente…

    • @VaeVictis 4 aprile 2013 a 12:57 #

      Gli errori li commettiamo tutti. Qui non si vuol fare eugenetica comportamentale; si cerca solo di rendere le persone consapevoli di certi atteggiamenti potenzialmente nocivi e quindi da evitare. Naturalmente non si potrà pretendere che il proprio atteggiamento passi dal nero al bianco in un giorno, ma il solo conoscere certi principi porta, con un po’ di memoria e buona volontà, a un cambiamento graduale e a una migliore serenità familiare.

  2. Stefano 4 aprile 2013 a 12:26 #

    “Marco, che ne dici se apparecchiamo la tavola insieme?”
    Risposta bimbo 5 anni: “No grazie papá”
    Mai fare uno domanda se invece si vuole dare un ordine, dopo la domanda e la cortese risposta… o preghi o te lo fai da solo!

    • @VaeVictis 4 aprile 2013 a 12:55 #

      Con che entusiasmo gli hai posto la domanda? Hai provato a chiedergli perché non vuole apparecchiare la tavola? Sei tu il primo che dà il buon esempio con tua moglie quando lei ti chiede di apparecchiare la tavola? 😉

      PS: Gli ordini si danno ai cani e ai soldati…

      • Alessio Brambilla 4 aprile 2013 a 15:52 #

        Caro Bruno, questa volta, consentimi di dissentire. Non è vero che gli ordini si danno ai cani e ai soldati.
        Noi adulti siamo circondati da ordini di ogni grado e livello. La legge è il primo degli ordini, per esempio. Secondo me è meglio che i nostri figli capiscano che ci sono delle cose che si fanno per diletto e delle cose che si fanno perchè si devono fare. Sarebbe auspicabile che il bambino possa capire il perchè di ogni singola azione che gli chiediamo di compiere, ma alcune volte la motivazione è semplicemente inesistente, oppure conduce inevitabilmente alla celeberrima catena dei “perchè”, alla quale un genitore NON può arrivare in fondo vivo! Non c’è niente che tu possa dire a un bambino per spiegargli la ragione per cui si mettono a posto i tovaglioli a fine della cena. (naturalmente verrò smentito da te!)
        Ho provato decine di volte a “giocare” con mio figlio al bravo “riordinatore”, ma le uniche volte in cui ho ottenuto qualcosa sono state quando al gioco sostituivo un comando di stampo militare (lo ammetto!): ” Da qui non ti muovi finchè non hai messo a posto!”

        • @VaeVictis 5 aprile 2013 a 18:44 #

          È del tutto sensato che il bambino capisca se si sta giocando o no, ma questo non significa sentirsi obbligati a usare un tono di comando (che, lo ricordo, finirà per usare coi suoi piccoli amici e poi in società, attirandosi antipatie). Ti sto comunicando la mia esperienza: in generale coi bambini funziona, ma tu devi anche avere pazienza; non puoi mica pretendere che un bambino di 3-5 anni si comporti come un robot al tuo minimo accenno di richiesta. Quasi sempre a quell’età non sanno perché devono fare qualcosa e non ne capiscono il motivo nemmeno se glielo spieghi; le uniche voci che intendono immediatamente sono le emozioni e il gioco. Quindi basterà che tu usi ogni volta un’emozione “seria” invece che “giocosa” (oppure puoi trasformare proprio l’azione in gioco) e lui, col tempo, capirà.

          Visto, poi, che papà e mamma sono tutto per loro, sono il più grande esempio che possono condividere con gli altri (“Il mio papà sa far questo, la mia mamma sa far quell’altro!”), sarà anche utile far capire al bambino quali azioni approvi e quali disapprovi, usando l’espressione “Hai fatto questo e non mi piace!”; meglio ancora se, in presenza di un’azione compiuta da altri , cogli l’occazione per fargli osservare con aria seria: “Guarda quello che ha fatto quella cosa che a mamma e papà non piace per nulla!” Il bimbo memorizza ed è molto logico…

          Ma poi, se usi un tono duro quando deve fare qualcosa, allora che modi userai quando, per esempio, dovesse far attenzione a un pericolo? Gli spari? Io comincerei usando il tono che suggerivo e poi, se dovesse far finta di nulla, puoi giustamente provare anche con piccole punizioni: il tuo “Da qui non ti muovi se…” può essere certamente un approccio corretto.

  3. Barbara (@lapanificatrice) 5 aprile 2013 a 10:37 #

    Bell’argomento! Ammetto che al “madrelingua emotivo” ho riso da sola…
    Io non supplico per farmi aiutare, soprattutto perché facciano ciò che devono (tipo i compiti).
    Chiedo di aiutarmi e il più delle volte vengo immediatamente ascoltata, magari qualche volta dissentendo…ma non obbligo nessuno. Cerco di essere gentile e dire sempre “per favore” quando chiedo di apparecchiare o passare l’aspirapolvere, ma è sufficiente.
    Per i compiti di scuola, poi, io ricordo all’ora prestabilita di iniziare il lavoro, ma se sento lamentele tipo “ho troppo da fare…non ne ho voglia…non li faccio” non sgrido, non mi arrabbio…la mia risposta tipo è “Non farli se non te la senti. Domani troverai la giustificazione giusta con la professoressa”. Iniziano subito, sapendo che posso scegliere ma io non avvallo…la responsabilità è loro!

    • @VaeVictis 5 aprile 2013 a 18:46 #

      Appunto… Basta responsabilizzarli e metterli davanti alle conseguenze. Ecco però sottolineerei che il tuo approccio vale con un undicenne e una quattordicenne; dubito che funzioni con un bimbo di cinque anni, no? 😉

      • Barbara (@lapanificatrice) 9 aprile 2013 a 10:20 #

        Hai ragione…ma il modo di educare si evolve con il passare degli anni. Quando erano piccoli, per esempio, per fargli riordinare i giochi mi mettevo con loro per dargli l’esempio. Per apparecchiare gli passavo le cose una alla volta e ci impiegavo più tempo che se l’avessi fatto da sola…ma alla fine l’importante è passare il messaggio della collaborazione e della corresponsabilità.
        Li ho anche fatti aiutare a cucinare diverse volte e adesso cucinano dei piatti da soli…questo per loro è molto soddisfacente 🙂

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  1. La politica di #Elettra | la Catena di #Elettra - 20 aprile 2013

    […] La supplica. Bambini incapaci di risolvere una situazione in modo autonomo chiamano il papà e lo pregano di agire per conto loro. […]

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