L’incoerenza fra la parola e l’esempio

21 Gen

«Tu non fumare mai!»

disse il papà al figlio, reggendo lo sterco fumante che alcuni di voi si ostinano a chiamare “sigaretta”.

A proposito, lo sapete che un fumatore si espone a una radioattività 1.300 volte superiore a quella che assumerebbe se vivesse a Chernobyl? E poi molti fumatori puzzano, oh se puzzano! Gli puzza l’alito, gli puzzano i vestiti, impestano i vestiti degli altri… Quando torno dai miei viaggi in Romania, anche se ci sto due giorni, devo lavarmi anche i maglioni e le giacche perché è rimasto l’unico Paese in UE in cui si può fumare nei locali, e puzzo da vergognarmi ad avvicinarmi alla gente civile. Ma a voi davvero piace puzzare?

A quel punto, il figlio lo guarda un po’ confuso e sciabola la mazzata che il babbo attendeva con tanta apprensione: «Ma allora tu perché fumi?» SBONK! – TADAAA!

Assisto a scene patetiche come queste fin da quando ero bambino; mio padre, gran fumatore (e morto di cancro ai polmoni, perché lo sapete, vero, che il fumo è causa primaria di cancro e non solo ai polmoni?) non ha mai osato contraddirsi, perciò semplicemente non affrontava l’argomento con me. Va be’, ho perso il padre per quella merda delle sigarette, ma almeno egli non è stato così ipocrita dal consigliarmi di non apparecchiare un’assenza prematura per cena a mio figlio.

Già, in certi casi è meglio tacere. E se proprio non si riesce a smettere, almeno si eviti di fumare in casa (per non impestare tutto di quel puzzo orribile) e specialmente in presenza dei propri figli; ciò in primis perché costituisce un pessimo esempio educativo e poi perché sapete benissimo che anche il fumo altrui causa il cancro e un sacco d’altri disturbi anche nei bambini, vero? Alla domanda masiniana «Perché lo fai?» meglio rispondere: «Perché è un brutto vizio, una brutta malattia (mentale) che ho preso da ragazzo e da cui ora non riesco a guarire. Tu che sei ancora in tempo, non cominciare mai perché poi è facile che tu non riesca più a smettere, proprio com’è successo a me.» E poi è opportuno ricordare al figlio l’enorme quantità di malattie cui va incontro chi fuma e chi subisce il fumo altrui. Il figlio prenderà il padre per pirla, ma essere pirla è sostanzialmente più umano che mentire spudoratamente di fronte all’evidenza.

Già, perché se diciamo a nostro figlio di fare qualcosa in cui, nei fatti, ci contraddiciamo magari proprio davanti a lui e in quel preciso momento, non crediamo mica di passarla liscia, eh? Come ho scritto varie volte, i bambini sono contemporaneamente molto emotivi e molto logici; quest’ultima caratteristica di certo non ci aiuta in contesti d’arrampicata vetraria.

Oltretutto va da sé che, dissociando parole ed esempio, stiamo educando nostro figlio a fare la stessa cosa e quindi rischiamo che ne esca un individuo che utilizzerà lo strumento della menzogna non in modo umano, bensì sistematicamente. Un imbroglione, insomma, un cialtrone che dice una cosa e ne fa un’altra, che non mantiene mai la parola data. È davvero questo che vogliamo per nostro figlio?

Quindi, d’ora in poi, attenti alle parole che usiamo: rispecchiano esse l’esempio che noi quotidianamente esponiamo nei fatti? Sì, bene. No, meglio tacere. Oppure, se proprio siamo di fronte a debolezze umane, cerchiamo almeno di spiegarle: «Mamma ha sbagliato nel fare questa cosa e promette che farà più attenzione a non commettere lo stesso errore nel futuro. Proprio perché è importante che tu non sbagli come ho fatto io, ti chiedo di fare questa cosa (invece di quella che io faccio, sbagliando) – Usiamo sempre un linguaggio positivo! Diciamo: «Fai quest’altro!» invece di: «Non fare questo!»

L’esempio qui sopra si può applicare quando cerchiamo d’insegnare a nostro figlio le buone maniere, considerando che a noi ogni tanto scappano… Inutile però pretendere che nostro figlio si abitui a ringraziare autonomamente, se noi per primi non lo facciamo. Facciamolo noi per primi, cazzo: costa poco riconoscere il merito altrui e l’altro si sente gratificato! E poi non insegniamo ai nostri figli a dire «cazzo», eh per la miseria!

Come sempre, il buon esempio rimane il più potente strumento educativo. Ehm…

Bruno de Giusti in una delle immagini che meglio esprimono coerenza col suo equilibrio emotivo.

Bruno de Giusti in una delle immagini che meglio esprimono coerenza col suo equilibrio emotivo.

Un ultimo punto importante: che cosa pensereste, voi, di una persona che vi sta rimproverando mentre ride? Apparirebbe credibile? Ecco, attenzione anche a questi dettagli: se la situazione è seria, anche la nostra espressione dev’esserlo. Capisco che, specie i bimbi più piccoli, coi loro comportamenti buffi, suscitino ilarità persino quando combinano disastri; tuttavia, se nostro figlio ha causato un danno, meglio spiegare che la mamma non è felice, che avresti potuto farti male e bla bla bla, mantenendo un’espressione coerente con la gravità del fatto, cioè seria (non come il pirla qui sopra!)

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Una Risposta to “L’incoerenza fra la parola e l’esempio”

  1. sicampeggia 22 gennaio 2015 a 17:08 #

    Tempo fa ho letto un libro che introduce ai concetti fondamentali della pedagogia steineriana, uno di questi è che il genitore deve essere, per il bambino il MIGLIOR modello possibile, il che implica che la crescita non è un processo che riguarda solo il figlio ma che coinvolge anche il genitore. E’ un bellissimo punto di vista: i nostri figli sono l’occasione più grande per creare un mondo migliore ma partendo in primis dalla nostra vita.
    Detto questo io sono una fumatrice (anche se non mi pare di puzzare, indagherò…) e, affrontando l’argomento con mio figlio ho fatto proprio come consigli tu perché penso che i bambini, per quanto piccoli, vadano trattati con onestà. Quando crescerà e aumenterà la probabilità che anche lui inizi a fumare, se ancora io non avrò smesso, sarà difficile per me convincerlo dell’inutilità e della stupidità di un simile comportamento tuttavia mi chiedevo: com’è che poi ci sono i casi di bambini cresciuti con entrambi i genitori fumatori che da adulti non hanno sviluppato la stessa dipendenza?
    Mi torna in mente la battuta sul “determinismo” fatta su TW da Emilio Toma giorni fa.
    Più in generale: ci sono bambini che vivendo situazioni familiari molto difficili diventano adulti “sani” ed equilibrati, anche più forti della media ed altri che vengono sopraffatti e che non si riprenderanno mai. Perché?
    Mi rendo conto che la domanda è ardua e se avessimo la risposta vivremmo in un mondo migliore ma un tuo contributo sarebbe molto apprezzato.

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